Il gloriosissimo mistero della morte e della risurrezione

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Proponiamo una traduzione letterale dell’inno che si trova nel secondo capitolo della lettera ai Filippesi, seconda lettura della domenica delle Palme.

Cristo Gesù, essendo nella condizione (lett.: in forma; en morphé) di Dio,
non stimò un possesso geloso l’essere come Dio,

ma svuotò se stesso,
prendendo forma di schiavo,
diventando partecipe dell’umanità;

e, trovato in aspetto come uomo,
umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte,
anzi alla morte di croce.

Per questo Dio l’ha sovraesaltato
e gli ha donato il Nome che è al di sopra di ogni nome,

affinché nel Nome di Gesù
ogni ginocchio di esseri celesti, terrestri e infernali si pieghi

e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore
a gloria di Dio Padre (Lettera ai Filippesi 2, 6-11)

Il racconto del Vangelo, l’inno della lettera ai Filippesi

La domenica delle palme non si tiene l’omelia. È una consuetudine quasi generalizzata, per un motivo banale. Il vangelo è il racconto della Passione, tragicamente bello e lungo. Ma il motivo pratico diventa anche occasione per una riflessione più nobile. Di fronte al racconto della Passione del Signore, ci si sente come smarriti per tanta bellezza e si tace.

Si può, allora, approfittare di questo silenzio per parlare di un altro testo della messa delle Palme. Si tratta della seconda lettura: il cosiddetto inno della lettera ai Filippesi. È un testo di una straordinaria importanza e di una inattesa ricchezza. La lettera viene scritta da Paolo, probabilmente verso la metà degli anni 50, poco più di vent’anni dopo la morte e risurrezione di Gesù.

Questo “inno” contiene una serie di particolari stilistici che Paolo non usa mai e che si trovano concentrati in questi pochi versetti. Per cui si pensa, con buonissime ragioni, che Paolo citi un inno, appunto, che esisteva già prima, usato, forse nelle liturgie delle primissime comunità cristiane. È un “credo” che nasce poco dopo gli eventi fondanti del cristianesimo, molto prima del vangeli (il vangelo più antico, secondo la datazione più comune, è quello di Marco che viene scritto un po’ prima degli anni 70).

Dalla gloria alla croce, dalla croce alla gloria

L’inno presenta in poche parole il grande mistero del Cristo: la “preesistenza” (esiste prima di farsi uomo), l’incarnazione (si fa uomo), muore, risorge, viene glorificato. Il tutto viene come riassunto in due grandi tappe. La prima è la “discesa”: dalla condizione divina, a quella di schiavo e partecipe dell’umanità, alla morte, alla morte infamante della croce. La seconda tappa è l’ascesa: viene “sovraesaltato”, gli viene dato un Nome di fronte al quale  tutte le creature terrestri e celesti si piegano. Al centro un termine cruciale: kenosi, “svuotamento”. Gesù si è svuotato delle sue prerogative divine per condividere la condizione dell’uomo. E, particolare esso pure decisivo, l’ascesa e la glorificazione dipendono dalla discesa e dalla umiliazione: Per questo Dio l’ha sovraesaltato: Gesù viene esaltato – con la risurrezione – perché prima si è umiliato – con la morte.

Le poche, dense parole che annunciano il mistero

L’inno non ha il fascino del racconto della Passione, ma ha la forza ineguagliata di un annuncio dove tutto si dice con pochissimo.

È come se volessimo capire, in poche parole, il senso alto della morte e di ciò che è seguito a quella morte di Gesù.

Si potrebbe dire, quindi, che gli eventi dolorosi e gloriosi della settimana santa sono mirabilmente riassunti in questo inno, che viene prima della Passione, come una affascinante, sintetica premessa.

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