La vita ha valore fino alla fine. L’impegno delle cure palliative: dignità, attenzione e delicatezza

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«Eravamo “quelli della morte”, oggi siamo “quelli della vita”». Arnaldo Minetti, presidente dell’Associazione Cure Palliative di Bergamo, guarda a trent’anni di storia e li riassume con un’immagine. Dare dignità alla sofferenza, alleviare i momenti più duri della malattia, accompagnare i familiari: quel cammino è iniziato nel 1989, quasi pionieristico, e oggi è una realtà imprescindibile nel tessuto sociale orobico.

Assistere le fasi ultime della vita, le più dure, è un impegno che intreccia i dati “freddi” della medicina con i dolori vivi delle persone. «Quando parliamo di cure palliative, dobbiamo considerare tutti gli aspetti: la sofferenza del corpo umano e quella psicologica, ma anche le riflessioni religiose, sia del malato che della famiglia – spiega Arnaldo Minetti -. L’elemento fondante è nella valorizzazione del significato della cura e dell’assistenza. I familiari sono parte costante del nostro approccio di cura e di sostegno, su questo fronte abbiamo ribaltato davvero la situazione allora esistente, creando anche un patrimonio culturale e sociale che fa gran bene a nostra comunità».

La riflessione è un elastico tra passato e presente. «Trent’anni fa a Bergamo non c’era nemmeno un reparto di Oncologia: ai Riuniti certo c’era Radiologia, che era anche di alto livello perché spesso l’Istituto dei Tumori di Milano mandava lì dei pazienti, ma di fatto non esisteva un reparto specializzato, nonostante il nostro territorio fosse già allora martoriato da queste malattie – ricorda Minetti, tra i fondatori dell’Associazione Cure Palliative insieme anche alla moglie Kika Mamoli, scomparsa nel 2005 -. Ma la sofferenza non riguarda solo le malattie oncologiche: ci sono tante altre patologie terribili, sempre più diffuse, a partire da quelle che affliggono gli anziani. Grazie all’impegno di tanti, Bergamo è riuscita a fare un salto di qualità da tutti i punti di vista: oggi tra città e provincia ci sono sette hospice e 29 soggetti accreditati per le cure domiciliari. Ma l’obiettivo è rendere ancora più ampia la rete sul territorio».

Oggi una rete capillare consente di dar sostegno a tante situazioni difficili: «Quando iniziammo, c’era solo la possibilità di un’assistenza domiciliare. Spesso capitava di incontrare coppie di persone molto anziane nelle quali non si riusciva a capire quale delle due figure fosse in una situazione più fragile, per di più con figli che lavoravano, dunque senza possibilità di dare ai genitori un’assistenza quotidiana – prosegue Arnaldo Minetti -. La crescita è stata importante. Oggi, per esempio, all’hospice c’è personale formato che esegue massaggi di “delicatezza totale”. È una cosa che può sembrare piccola di fronte alla complessità di certe cure, ma sono tecniche che danno un surplus di serenità anche a chi è nelle condizioni più gravi. Perché questo è ciò che vogliamo trasmettere e ciò di cui credo le persone abbiano maggiore bisogno nei momenti più duri: la miglior qualità di vita possibile, sempre e comunque, fino alla fine. Per il malato e per la famiglia». Ecco, allora, la «rivoluzione» di questi trent’anni: «All’inizio, venivamo visti come “quelli della morte”, perché incontravamo persone gravemente malate e i mezzi a disposizione erano pochi. Oggi siamo invece conosciuti come “quelli della vita” – conclude Minetti -, per provare a viverla nel modo migliore possibile anche quando si è nelle condizioni più difficili».

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