Pop Theology per giovani. Monsignor Staglianò: “Il linguaggio delle canzoni è semplice e diretto”

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Nel saggio “Pop-Theology per giovani” (Rubbettino 2018, Collana “Catholica”, Prefazione di Antonio Spadaro, pp. 148, 14,00 euro), Mons Antonio Staglianò, vescovo di Noto in provincia di Siracusa, compie una sottile “Autocritica del cattolicesimo convenzionale per un cristianesimo umano”, come recita il sottotitolo del libro.
La Chiesa Cattolica vive un’epoca di continua evoluzione, quindi l’autore si è interrogato a lungo su quali passi possa compiere la Chiesa Cattolica per “uscire dal recinto” e andare incontro alla prima generazione “incredula”. Per avvicinare i giovani alla fede cattolica e alla teologia, Mons Staglianò da qualche tempo usa una via originale e particolare, la musica e le canzoni, un mondo molto vicino ai ragazzi. Del resto “La musica può nominare l’innominabile e comunicare l’inconoscibile”. Frase di Leonard Bernstein citata nel volume.
Ne parliamo con l’autore, nato a Isola Capo Rizzuto nel 1959, delegato della Conferenza episcopale siciliana per le migrazioni.
Mons Staglianò, quando parliamo di “Pop-Theology” a che cosa ci riferiamo?
«Ci riferiamo a una riflessione critica sui contenuti e sulle esperienze della fede cristiana e cattolica dalla rivelazione di Nostro Signore Gesù Cristo, dal Vangelo. Facciamo un esempio: la domenica tutti i cattolici vanno a Messa, partecipano all’Eucarestia, ascoltano la Parola di Dio, si cibano di Gesù nell’Eucarestia. Terminata la Messa “Andate in pace”, però non succede nulla. Dal punto di vista del Vangelo, della rivelazione cristiana di Gesù, questa cosa va bene o no? Dare un giudizio su quello che accade ogni domenica, è, secondo la verità cristiana, teologia. La teologia è una riflessione critica sulla fede a partire dalla rivelazione in Gesù. Potremmo stabilire che secondo la verità cristiana andare a Messa la domenica e poi non operare nella carità immediatamente dopo, insieme come comunità, non va bene. Questa, quindi è una riflessione critica su come viviamo il cattolicesimo».
Quando ha capito come poter rapportare Dio e i giovani con le canzoni pop, considerato che i ragazzi le conoscono a memoria, le cantano forse senza pensare ai contenuti dei testi?
«L’idea mi è venuta in mente ascoltando “Amen” di Francesco Gabbani, brano con il quale ha vinto come esordiente nella categoria “Nuove Proposte” al Festival di Sanremo 2016. Ascoltando questa canzone da un gruppo di ragazzi che conoscevano le parole a memoria, ho notato che in quelle parole c’era una critica terribile al cattolicesimo come esperienza di fede alienante. Cioè c’è una critica al cattolicesimo come alienazione, che poi è la stessa critica che facevano i vari Marx, Freud, Nietzsche, alla religione vista come “ozio dei popoli”, come “sospiro della creatura oppressa”, come “anima di un mondo senza cuore”, cioè per loro la religione era come una droga. Ho visto che in una canzonetta che i nostri ragazzi cattolici cantavano, c’era una critica ai cattolici. In questo brano Gabbani che ama i cattolici, canta così: “Astemi in coma etilico per l’infelicità. La messa ormai è finita figli, andate in pace Cala il vento, nessun dissenso, di nuovo tutto tace”. In un certo senso la canzone di Gabbani dice quello che ho affermato prima, cioè non va bene partecipare alla Messa la domenica e poi uscire dalla chiesa e tutto tace, come se Gesù non ci avesse infiammato il cuore. Lì ho capito che queste canzoni potevano servire anche per riflettere sulla nostra fede in maniera critica. Pop-Theology dunque viene da qui, la teologia è una riflessione critica, fatta in maniera popolare, attingendo per esempio a queste canzonette, che sono ampiamente diffuse tra la popolazione a cominciare dai ragazzi, che a una certa età non vengono più in chiesa, perché non riescono più ad ascoltare omelie noiose. Se i ragazzi non vengono più in chiesa, approcci catechetici non ci sono più. Come li evangelizzi allora i giovani che non entrano più in chiesa? Come e dove parlare a loro della bellezza che Gesù ha portato nel mondo? Devi trovare un altro canale, un espediente. Questo della cultura popolare è il canale che può essere attivato per ritornare a parlare ai giovani, anche qualora loro non volessero più parlare con noi. Pop-Theology, quindi è un grembo da cui si sprigionano iniziative pastorali, volte ad andare nei pub, dove i giovani si trovano o negli stadi utilizzando il loro linguaggio per parlar loro dell’umanità buona di Gesù. Perché evangelizzare, vuol dire questo, parlare di Gesù e non di Vasco Rossi».
Come hanno reagito i giovani quando si è rivolto loro presentando il messaggio di Gesù attraverso l’analisi di canzoni pop?
«Hanno reagito con grande entusiasmo, specialmente il gruppo con il quale ho iniziato questa versione comunicativa, un gruppo composto presumibilmente da battezzati, ma la stragrande maggioranza non andava più in chiesa. Si erano trovati là per un convegno nazionale sulla metafisica di Carmelo Ottaviano, organizzato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, convegno che si svolgeva a Noto. I ragazzi del gruppo non avevano ascoltato nulla delle relazioni dei professori, quando è toccato a me di fare le conclusioni, mi è venuto in mente Benigni che recentemente aveva tenuti inchiodati davanti alla televisione milioni di telespettatori dicendo cose serissime ma esponendole tra l’ironico e il faceto. Ho tentato la stessa operazione parlando di metafisica utilizzando le canzoni di Noemi, di Marco Mengoni e di Roberto Vecchioni. Ho parlato anche d’amore, della verità dell’amore, che non sta nel brulichio del sentimento del cuore, ma sta in un legame di bene che s’impegna con l’altro fino a donare la vita, fino a morire. La cosa ha funzionato, perché i ragazzi che per due ore erano stati a chiacchierare tra di loro mentre i professori facevano le loro relazioni, hanno ascoltato in silenzio il mio intervento durato mezz’ora. Ho poi continuato nelle cresime e ho visto che i ragazzi mostravano una particolare attenzione. Quindi dal punto di vista della strategia comunicativa la cosa funziona».
Non “sono solo canzonette”, citando una vecchia canzone di Edoardo Bennato, anche perché queste canzonette registrano lo “spirito del tempo” e sono una “lettura del tempo presente”. Che cosa ne pensa?
«Certamente sono canzonette, cioè piccole canzoni di musica leggera, pop, che durano circa tre minuti e mezzo. Anche grandi teologi come Karl Rahner si sono interessati alla canzonetta, definendola “canzone da nulla”. Nella “canzone da nulla”, sostiene Rahner, c’è sedimentata una grande saggezza che noi dobbiamo attenzionare per ritornare a parlare di Dio in Gesù come parlava Gesù che si esprimeva con un linguaggio popolare. Detto questo, cominciamo a registrare un cambiamento culturale decisivo sulla canzonetta e sulla musica pop, ricordo che il Premio Nobel per la Letteratura 2016 è stato assegnato a Bob Dylan, un celebre cantautore statunitense. Nei test INVALSI è entrata la canzone di Ermal Meta “Vietato morire”, perché viene considerata canzone letteraria. Quindi alle canzoni viene riconosciuta una dignità letteraria, la canzone viene posta spesso accanto all’alta poesia. Detto questo, possiamo dire che no, non sono solo canzonette».
Il Sinodo dei giovani dello scorso ottobre voluto da Papa Francesco ha lasciato una traccia visibile nella Chiesa Cattolica?
«Sicuramente l’iniziativa è stata originale, se ha lasciato una traccia questo, lo dobbiamo constatare con il tempo. Il discernimento che si è originato ha fatto molto bene, perché ha fatto capire che con i giovani oggi bisogna lavorare sul piano culturale, cioè cercare di toccare non solo il ragionamento dei giovani, la loro capacità razionale, ma soprattutto la loro immaginazione. Bisogna toccare l’immaginazione dei giovani, offrire delle visioni, allora forse i nostri ragionamenti potranno toccare il loro cuore attraverso la loro intelligenza».
È delegato della Conferenza episcopale siciliana per le migrazioni. Non ha nascosto le Sue preoccupazioni per le politiche migratorie adottate dal governo. Come affrontare la questione migranti con quella ‘pietas’ che da sempre contraddistingue il nostro popolo, che nei secoli passati spesso ha cercato fortuna fuori dalla madrepatria?
«Comprendo la politica del governo con riferimento a un’Europa sgangherata che non esiste e perciò in quanto tale non si assume come dovrebbe la responsabilità di governare questo fenomeno migratorio, che ormai è diventato globale, planetario e che interessa, attraverso l’Italia, l’Europa. Le posizioni cosiddette “restrittive” di Salvini sono comprensibili anche per riferimento a un clima ostracizzante, che si è venuto a creare non solo in Italia ma anche in Europa e che punta molto sulla propria sicurezza e quindi teme il fenomeno migratorio. Dal punto di vista cristiano, umanistico, per la visione umana che il Cristianesimo ha introdotto nel mondo, queste posizioni restrittive, che rischiano di rasentare anche atteggiamenti razzisti, non nel governo ma in tanti, noi non possiamo giustificarli. Partiamo dalla vocazione umana inscritta in ogni essere umano e da lì, diciamo con Papa Francesco: “Dobbiamo accogliere”. Perché l’accoglienza nella legalità che punta all’integrazione è oggi la via obbligata per predicare il Vangelo e per testimoniare il Vangelo. Per evitare che la Messa della domenica diventi soltanto un rito celebrato, vissuto nell’alienazione. “E allora avanti popolo, che spera in un miracolo”, citando “Amen” di Gabbani. Il miracolo vero lo dobbiamo compiere noi, oggi il vero miracolo sarebbe accogliere questi fratelli. Siamo una democrazia avanzata, abbiamo in mano tanto di quel potere democratico per risolvere i problemi che la presenza di altre persone comportano. Senza dimenticare che la presenza di altre persone, non solo comporta problemi nuovi ma risolve tanti problemi che all’interno abbiamo: problemi lavorativi, problemi pensionistici, ecc… Non dobbiamo avere problemi di chiusura egoistica, quando incontriamo l’altro e l’altro è diverso, ricordiamo che la diversità è ricchezza e non deve rappresentare una paura».

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