Ciò che possiamo fare. Edith Stein riletta da Lella Costa

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Nelle scorse settimane ho guidato cento studenti bergamaschi ad Auschwitz-Birkenau. Con noi  c’erano Andra e Tatiana Bucci, portate al campo di sterminio quando avevano 4 e 6 anni.  Prese dal mucchio dei prigionieri perché confuse come gemelle ebbero salva la vita. Dopo più di 75 anni, conservano ancora sul braccio sinistro il marchio distintivo che fu impresso subito dopo il loro arrivo al campo:  76483 per Andra, 76484 per Tatiana.

I ragazzi che erano con me – provenienti da sette scuole superiori diverse – erano consapevoli di ricevere, da Andra e Tatiana, il dono, oramai raro e prossimo alla scomparsa, della parola unica e preziosa del testimone. Marcello Pezzetti, storico della Shoa, nostro compagno di viaggio, ha ripetuto loro più volte l’urgenza, in un tempo come questo, non solo di studiare e capire con precisione la storia di ieri ma anche di guardare con più lucidità il presente. Perché, ammoniva Primo Levi, “ciò che è accaduto può di nuovo accadere. Sempre. Dappertutto”.

Edith Stein: la sua vicenda “sintesi drammatica del Novecento”

Pensavo queste cose quando il venerdì Santo un pacco postale mi ha recapitato un piccolo libretto scritto da un’amica, Lella Costa, su Edith Stein. Una donna  – ebrea, filosofa, carmelitana, martire ad Auschwitz –  la cui vicenda, disse acutamente Giovanni Paolo II, è una sintesi drammatica del Novecento. Non mi ha sorpreso l’accostamento, anche se Lella ha confessato che all’inizio era convinta che le avessero proposto di scrivere un testo su Gertrude Stein, amica di Picasso e confidente di Hemingway. “Mi ci è voluto un po’ per capire che era l’altra Stein a venirmi incontro”.

Conosco Lella da molti anni e so della sua instancabile ricerca di pertugi di senso che aprano brecce sull’umano e diano senso all’avventura del vivere. Una donna di teatro e di impegno civile che unisce cuore e testa, passione e rigore. Un’attrice capace di una leggerezza “di peso”, che obbliga, con il sorriso, a mettere i punti di domanda che contano, ad aprire varchi di pensiero che vadano oltre l’ovvio.

Edith Stein, ebrea, filosofa, convertita

Il libro (Ciò che possiamo fare, Solferino, pagine 128, euro 9,90) nella sua apparente leggerezza offre alcune chiavi di letture di questo “luminosissimo enigma” che è stata, appunto, Edith Stein.

Nata il giorno di Yom Kippur del 1891 a Breslavia (allora città prussiana, oggi la Wroclaw polacca) in una famiglia ebrea e osservante, ultima di undici figli, presto orfana di padre, brillante e ostinata, Edith dapprima sostenne “in piena coscienza e libera scelta” di aver perso la fede in Dio, poi si impegnò in gruppi che si battevano per la parità e il diritto femminile al voto: “Quale ginnasiale e giovane studente fui una radicale femminista”.

Sarà a Gottinga, frequentando l’Università, che incontrerà Edmond Husserl, il padre della fenomenologia, uno degli spiriti pensanti più significativi del secolo scorso. Edith conseguì con lui la laurea, “summa cum laude”, e diventerà sua assistente. In quanto donna, le negheranno l’abilitazione all’insegnamento universitario, posto assegnato invece a Martin Heidegger.

A trent’anni, la conversione. Da una parte, l’incontro con i testi di santa Teresa d’Avila, la cui vita leggerà avidamente una notte d’estate del 1921. “Presi casualmente un libro dalla biblioteca; portava il titolo ‘Vita di santa Teresa narrata da lei stessa’. Cominciai a leggere e non potei più lasciarlo finché non ebbi finito. Quando lo rinchiusi, mi dissi: ‘questa è la verità’”. Dall’altra, la percezione che il cattolicesimo possa essere il grembo accogliente e sicuro di una verità. Scrive Lella Costa:

Una sola e maiuscola, eterna e granitica, totalmente divina eppure anche divinamente umana. Una religione che consente di adorare, oltre che uno spirito, anche il corpo”.

A Edith torna alla mente l’incontro, casuale, di qualche anno prima, a Francoforte, dove era andata a trovare un’amica.

Entrammo per qualche minuto nel duomo e mentre eravamo lì in rispettoso silenzio, entrò una donna con il suo cesto della spesa e si inginocchiò in un banco per una breve preghiera. Per me era una cosa del tutto nuova. Nelle sinagoghe e nelle chiese protestanti che avevo visitato ci si recava solo per la funzione religiosa. Qui invece qualcuno era entrato nella chiesa vuota nel mezzo delle sue occupazioni  quotidiane, come per andare a un colloquio confidenziale. Non ho mai potuto dimenticarlo.

Una scelta dolorosa per la madre, il cui ebraismo non era un fatto formale ma un’appartenenza profonda. Edith scriverà: “Avevo cessato di praticare la mia religione ebraica  e mi sentivo nuovamente ebrea solo dopo il mio ritorno a Dio”. Passerà con la madre gli ultimi giorni prima dell’ingresso, nel 1932, nel Carmelo di Colonia.

Il nazismo, la Chiesa

L’anno prima i nazisti avevano preso democraticamente il potere e con sistematica brutalità avevano proceduto ad azzerare ogni forma di opposizione politica e svuotare gli organi istituzionali dello Stato. Lei percepisce con lucidità quanto sta avvenendo. Settanta giorni dopo l’arrivo di Hitler scrive una lettera, senza ottenere alcuna risposta, a Pio XI:

Tutto ciò che è accaduto e ciò che accade quotidianamente viene da un governo che si definisce ‘cristiano’. Non solo gli ebrei ma anche migliaia di fedeli cattolici della Germania e, ritengo, di tutto il mondo da settimane aspettano e sperano che la Chiesa di Cristo faccia udire la sua voce contro tale abuso del nome di Cristo. L’idolatria della razza e del potere dello Stato, con la quale la radio martella quotidianamente la masse, non è un’aperta eresia? Questa guerra di sterminio contro il sangue ebraico non è un oltraggio alla santissima umanità del nostro Salvatore, della beatissima Vergine e degli Apostoli? Non è in assoluto contrasto con il comportamento del nostro Signore e Redentore, che anche sulla croce pregava per i suoi persecutori? E non è una macchia nera nella cronaca di questo Anno Santo, che sarebbe dovuto diventare l’anno della pace e della riconciliazione?

Il 15 aprile 1934 Edith diventa suor Teresa Benedetta dalla Croce. Una scelta che la rende “semplicemente, sobriamente, totalmente felice. “Tornare alla liturgia silenziosa: è questo il mio destino. Possiamo ricevere tutto ciò che di cui abbiamo bisogno, lo sperimento ogni giorno”.

Nel 1938, dopo che il nazismo ha mostrato il volto autentico anche a chi fino allora non ha voluto vederlo, viene trasferita a Echt, in Olanda, dove, dopo qualche tempo, sarà raggiunta da sua sorella Rosa.  Nel luglio di quattro anni dopo, in tutte le chiese, viene letta  una lettera, bellissima, del vescovo di Utrecht, dove si condanna la deportazione degli ebrei. Pochi giorni dopo, per rappresaglia, i tedeschi passeranno a tappeto istituti e conventi alla ricerca di ebrei convertiti. Catturano Edith e Rosa che dal campo di smistamento di Westerbork, nel nord dell’Olanda, su vagoni blindati, sono portate a Birkenau. Saranno gasate il giorno del loro arrivo, il 9 agosto del 1942.

Edith Stein e non sol

Il testo di Lella Costa (da leggere!) ricostruisce, in modo corretto e rispettoso, le vicende di Edith intervallandole, con inserzioni apparentemente lontane eppure intrecciate con sagacia: la vicenda di Karen Blixen e il suo magnifico Pranzo di Babette, la trama di Piccole donne e “la sindrome di Jo”, l’avventura umana di un altro convertito, don Lorenzo Milani.
Un piccolo libro, da leggere adesso. “Perché è oggi il momento di riflettere su quell’Europa che ci riguarda molto più da vicino di quanto siamo portati a credere, che sta viaggiando verso derive preoccupanti, e di cui Edith Stein, o meglio santa Teresa Benedetta dalla Croce, è stata eletta patrona vent’anni fa”.

Un libro che fa emergere le parole chiave di una vita coerente, spesa fino in fondo: responsabilità, cura, empatia, compassione. Parole che nascono dalla consapevolezza che “ciò che posiamo fare, in paragone a quanto ci viene dato, è sempre poco”. Parole che aiutano a “restare umani”. Oggi come ieri. Perché “ciò che è accaduto può di nuovo accadere. Sempre. Dappertutto”.

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