Sanda Vantoni, volontaria internazionale a BergamoFestival: «Le migrazioni non portano solo difficoltà ma nuove energie»

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«Dopo lo stupore iniziale, quello che ho provato quando ho ricevuto il premio è stata un grande emozione, perché ho sentito che quello che mi veniva consegnato non era soltanto un riconoscimento personale, ma un premio consegnato a me per e insieme a tutti i giovani che si spendono nel mondo della cooperazione internazionale e del volontariato» così Sanda Vantoni, vincitrice del Premio Giovane Volontario Europeo 2018 di FOCSIV, racconta il significato del riconoscimento a lei attribuito.

Sanda, classe 1992, italo-belga, cresciuta tra Africa e Europa, dopo il conseguimento della laurea triennale in Sociologia ed Antropologia e di quella magistrale in Migrazioni Internazionali, con una tesi sul ruolo della famiglia nella fase di ritorno al proprio Paese di origine del migrante, correlata da un’esperienza di tirocinio in Marocco, ha scelto, dopo un’esperienza lavorativa a Barcellona, di intraprendere il percorso del Servizio Civile, candidandosi per il bando dei Caschi Bianchi di FOCSIV e partendo con CEFA per il Marocco. «Il progetto cui ho lavorato era un progetto di promozione dell’integrazione socioeconomica dedicato a migranti subsahariani, donne e giovani marocchini a rischio di esclusione sociale e migranti di ritorno, attraverso la creazione di cooperative». Sanda, che proprio grazie al suo contributo a questo progetto, è stata insignita del premio, terminata l’esperienza di Servizio Civile, in Marocco è restata, lavorando ora per un’organizzazione internazionale, questa volta con i rifugiati e non più con i migranti, in attività finalizzate alla formazione per la creazione di microimpresa.

E lei, una di quei, per fortuna ancora tanti, giovani appassionati costruttori di ponti, in un’epoca in cui i grandi della Terra a questi preferiscono la costruzione di muri, sarà ospite a Bergamo Festival, Fare la pace, giovedì 16 maggio, alle ore 21, per chiacchierare con Elena Catalfamo del filo rosso della propria storia, la migrazione.  «La scelta di dedicare gli studi e, ora, il mio lavoro al tema della migrazione affonda le radici nella mia storia: sono nata in Belgio, ho vissuto la mia infanzia in Sudan a causa del lavoro di mio padre, ho intrapreso un percorso di studi che mi ha portata dal Belgio al Canada, passando per Irlanda e Spagna, e in tutti questi posti sono sempre stata identificata come espatriata e mai come migrante. E dall’interrogandomi personalmente sul perché di questa differenza è scaturita questa passione».

Sanda, sicuramente più di coloro che poco conoscono del mondo della migrazione, ma tanto quanto tutti coloro che sono desiderosi di comprendere un tema tanto complesso, sottolinea la connotazione umana e, perciò, naturale della migrazione, «La migrazione ha da sempre caratterizzato l’esperienza umana: il movimento c’è sempre stato ed è folle pensare di poterlo contenere», e definisce chiaramente l’errore in cui la società contemporanea, italiana ma non solo, sta incorrendo: «La migrazione, di recente, pare essere diventata un fenomeno emergenziale, un problema da risolvere. Il fatto è che questa definizione negativa del fenomeno migratorio è stata a questo attribuita dai media, dal fatto che si parli esclusivamente della migrazione da sud a nord, dimenticando che le migrazioni di massa sono quelle che si muovono in direzioni sud-sud. Non solo, un ulteriore aspetto negativo della ricezione del fenomeno migratorio in Italia è il fatto che sia andata consolidandosi la convinzione che i migranti non possano offrire nulla al Paese. Il problema non è che arrivino persone, ma che arrivino persone senza le risorse necessarie per vivere, costretti a spendere tutto ciò che hanno per percorrere rotte pericolose, che arrivino sprovvisti di documenti necessari che li costringono a rimanere bloccati nel Paese di destinazioni, invece che essere liberi di muoversi e avviare, così, un fenomeno di migrazione circolare». Un terzo, ma chiaramente non ultimo aspetto, che interessa la tematica migratoria è quello della paura, che, come spiega Vanda, «da un punto di vista sociologico, deriva dalla naturale predisposizione umana nei confronti di quanto non si conosce. Ancora una volta, però, la questione è il fatto che la paura sia diventata, invece, la giustificazione per atteggiamenti e linguaggi tali per cui non ci sia più quell’antica vergogna nell’ammettere il proprio razzismo». Ma la paura non è un’emozione da cavalcare, non può diventare l’unico approccio per leggere la quotidiana esperienza umana e, per questo, ricordando l’altra nostra connazionale che dell’ignoto non ha avuto paura, nonostante sembri che da questo sia stata inghiottita, Sanda conclude «Io non ho mai avuto paura di trovarmi nel luogo in cui vivo e lavoro. Quella di partire per il Marocco è stata per me una scelta assolutamente personale. E proprio per questo, non si può pensare che chi scelga di intraprendere la strada della cooperazione lo faccia con ingenuità, senza pensare alle conseguenze: chiunque viaggi, per qualunque motivo, si espone a rischi potenziali, ma la paura non può funzionare da deterrente per impedire che la gente si sposti. Si tratta di una scelta personale e pensata».Una scelta di movimento e migrazione.

 

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