La Brexit e il futuro dell’Europa: non dimentichiamo libertà e conquiste

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La Gran Bretagna vive da mesi una profonda crisi e oggi si ritrova a votare per il Parlamento dell’Unione Europea da cui ha deciso di uscire: una situazione surreale. I politici britannici stanno perdendo la testa di fronte alla difficoltà di dipanare l’aggrovigliata matassa di fili che tiene unito il loro Paese al resto dell’Europa senza causare troppi danni all’economia (già in caduta libera) e alle persone. E’ un caso esemplare per i 500 milioni di cittadini che stanno per andare alle urne per eleggere i loro rappresentanti a Bruxelles.

Il caso Brexit mostra, per esempio, dove possono condurre le pretese dei sovranisti di rafforzare gli stati nazionali, facendo regredire il processo di unificazione che si è lentamente concretizzato in migliaia di connessioni invisibili: la vita quotidiana, l’economia, l’educazione sono cambiate prima della politica. L’impasse della Brexit dice che si tratta di pretese miopi, demagogiche, perché non tengono conto nemmeno degli effetti della globalizzazione: ci sono meccanismi, eventi, aspetti ormai sfuggiti da tempo al controllo delle singole nazioni, e attualmente già governati da soggetti sovranazionali come i colossi di internet (a questo proposito vale la pena di leggere il saggio di Franklin Foer “I nuovi poteri forti” che ha appena vinto il premio Terzani). Proprio nel caso del referendum sulla Brexit e ancora prima in quello delle elezioni di Trump negli Usa questi soggetti hanno rivelato di essere in grado di manipolare e indebolire le democrazie: una mano invisibile che non costruisce equilibri (come auspicava Adam Smith) ma li spezza.

Vale la pena di concentrarsi, come hanno fatto negli ultimi giorni molti giornalisti (a partire da Milena Gabanelli), docenti universitari, opinion leader, su tutto quello che non avremmo potuto avere senza l’Unione Europea e su tutto ciò che in futuro potremmo perdere: prima di tutto il mercato unico, che negli ultimi trent’anni ha portato 3,6 milioni di posti di lavoro in più e ha aumentato il Pil procapite di mille euro per ogni cittadino. Viviamo in un posto in cui la ridistribuzione della ricchezza è più alta rispetto ad altri posti del mondo, dove il welfare è ancora forte ed efficace, nonostante la crisi. L’euro ha garantito la stabilità monetaria: nel ’90 pagavamo il 10% di interessi sul debito, oggi poco più del 2%. L’accordo di Schengen ci permette di girare liberamente attraverso l’Europa, e ha offerto a milioni di studenti la possibilità di spostarsi per studiare in Università straniere, ottenendo borse di studio che gli hanno cambiato la vita. L’Unione Europea ha contribuito poi a incrementare la sicurezza alimentare e dei giocattoli. Ha emanato direttive per proteggere l’ambiente e rafforzare i processi di sostenibilità in diversi ambiti. Ora però, “siamo disposti a rinunciare ai diritti che abbiamo conquistato purché altri non possano fruirne”, innescando un pericoloso processo di involuzione, come ha affermato Giuliana Laschi, docente di storia contemporanea all’Università di Bologna nei giorni scorsi al convegno nazionale Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici) “I colori d’Europa” tra Faenza e Forlì . Oggi si sente la mancanza di un progetto politico forte, si sente il bisogno di valori e ideali alti e della volontà di attuarli mettendo al primo posto le persone (senza distinzioni, senza categorie). Prima di tutto possiamo contribuire esprimendo un voto, un gesto piccolo ma fondamentale, perché su di esso si fonda il presente e il futuro di qualsiasi democrazia.

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