L’Atalanta, la finale di Coppa Italia: un’epopea popolare

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Ci siamo. L’Atalanta affronta la Lazio e spera di portare a casa la Coppa Italia che ha vinto un sola volta, nel 1963, 56 anni fa. L’evento è stato raccontato, commentato, ricordato, anticipato in mille modi diversi.

Un evento aggregatore

Quello che avviene oggi è forse l’aspetto più impressionante dell’evento: oltre 21 mila bergamaschi scenderanno a Roma per assistere alla finale. Tutti noi abbiamo amici che hanno preso due giorni di ferie, hanno speso soldi e spenderanno tempo per poter “esserci”. Ma anche chi resta a casa partecipa. Molti saranno al centro per seguire al maxischermo. Molti si trovano in case private per seguire insieme la partita.

Insomma, l’importanza della partita si impone soprattutto con il suo potere di catalizzare gente, di “tirarla insieme”, per imporre il carattere comunitario dell’evento.

Un’epopea con i suoi eroi e i suoi “cantori”

Diciamolo in altri termini. Lo scontro Lazio-Atalanta ha molte caratteristiche di una epopea. Anzitutto perché tutti si sentono “dentro” l’evento: evento di popolo, insomma. L’epopea racconta i fatti importanti di un popolo. Così in questi giorni, tutti siamo atalantini perché bergamaschi. Diciamo che si è sfrangiato il confine fra chi gioca in campo e chi fa da spettatore fuori. Gli spettatori sono anche, in qualche modo, giocatori: una clamorosa invasione di campo. Succede sempre così, per la verità, con qualsiasi squadra e con qualsiasi partita. Ma, in questo caso, la partita è avvertita come specialissima e la squadra mai è stata così “nostra” come oggi. Tutto è diventato leggendario. Anche perché sono passati 56 anni dalla prima coppa Italia. Non siamo, noi dell’Atalanta, gente che ha banalizzato anche lo scudetto perché lo ha vinto otto volte di seguito, ma siamo gente che ha mitizzato anche la Coppa Italia perché l’abbiamo vinta una sola volta e la seconda diventerebbe l’impresa storica e l’evento in cui tutti sarebbero vincitori.

Poi, perché ci sia epopea non bastano gli eroi che combattono, bisogna che ci siano anche i cantastorie che la raccontano. Anche qui il compito si è allargato a dismisura ben oltre i confini degli stretti addetti ai lavori. Come tutti, in qualche modo, sono dentro l’evento, così tutti, in qualche modo lo raccontano. Non si fa altro che parlarne, infatti, dappertutto, sempre, da parte di tutti.

Raccontiamo perché “ci siamo” e ci siamo perché raccontiamo

Mai come in casi come questi sentiamo che più apparteniamo a un aggregato umano, più abbiamo bisogno di eroici combattenti e di appassionanti racconti. E viceversa: più eroici sono i combattenti e più appassionati sono i racconti e più ci sentiamo parte viva del gruppo.

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