Le prediche del mio parroco, uno strazio

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Il mio parroco è un sant’uomo. Ma quando predica è uno strazio. O non si prepara o non sa ricordare quello che ha preparato. Soprattutto non riesce mai a finire. Sembra che stia finendo e invece riprende e ripete, ripete e riprende … Non sarebbe opportuno che ai preti oltre a far leggere i volumoni di teologia, gli insegnassero anche a predicare? Ambrogio.

Caro Ambrogio, non tutti i “poveri” parroci hanno il dono della predicazione e devono quindi cerare di arrabattarsi come possono provocando, a volte,  scontento tra i parrocchiani zelanti. Si sentono molti reclami  da parte dei fedeli sulle omelie lunghe o corte, troppo difficili o troppo semplici, lontane dalla vita o troppo incarnate…: i fedeli faticano ad ascoltare e i pastori a predicare.

L’omelia, una straordinaria occasione. Perduta

Si dice che le cose potrebbero cambiare,  che, nel percorso formativo del seminario, potrebbero essere offerti contributi per la preparazione dell’omelia. Ma poi occorre fare i conti con le possibilità di ogni pastore. Certamente una buona omelia è un’ opportunità preziosa di formazione e di prima evangelizzazione per i fedeli che non hanno ulteriori possibilità, è l’occasione preziosa per far “appassionare” i cristiani all’ascolto della Parola di Dio quale incontro privilegiato con il Signore. Inoltre è lo strumento semplice per far dialogare la Parola con la vita, perché da essa possano scaturire scelte credenti che illuminano il vivere quotidiano. L’omelia, all’interno della celebrazione eucaristica, è riprendere il dialogo tra Dio e il suo popolo.

Chi predica deve conoscere il cuore della sua comunità per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio, e anche dove tale dialogo, che era amoroso, è stato soffocato o non abbia potuto dare frutto. Il pastore non deve accentrare su di sé e sulla sua loquacità l’assemblea liturgica, né dare spettacolo, poiché la Parola spezzettata deve essere un umile strumento per “celebrare la fede”. La predicazione e il predicatore devono orientare l’assemblea verso una comunione con Cristo nell’Eucarestia, che trasformi la vita.

È molto bella l’immagine che papa Francesco utilizza in Evangeli Gaudium :

La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato. Inoltre, una buona madre sa riconoscere tutto ciò che Dio ha seminato in suo figlio, ascolta le sue preoccupazioni e apprende da lui.

Se chi ascolta percepisce un po’ di questo stile materno ecclesiale attraverso le parole dei pastori, forse sarà più disponibile ad accoglierle anche quando saranno poco accattivanti. «Il dialogo del Signore con il suo popolo nella liturgia, si deve favorire e coltivare mediante la vicinanza cordiale del pastore, il calore del suo tono di voce, la mansuetudine dello stile delle sue frasi, la gioia dei suoi gesti».

Dovrebbero “ardere i cuori”

Ma ciò che diventa fondamentale è che le parole facciano “ardere i cuori” come a quei due discepoli stanchi e delusi che, ascoltando le parole di uno sconosciuto sentirono i loro cuori ardere d’amore, e lo riconobbero come il Signore. Questo sarà possibile solo se i predicatori si lasceranno per primi  trafiggere dalla verità e bellezza del mistero che sono chiamati ad annunciare. Forse non eccelleranno in omeletica, ma trascineranno con il loro cuore innamorato del Signore i fedeli che li ascolteranno.

Il predicatore ha la bellissima e difficile missione di unire i cuori che si amano: quello del Signore e quelli del suo popolo.

Preghiamo, carissimo Ambrogio, perché il Signore doni ai pastori la dolce e affascinante certezza che l’apostolo Paolo riferisce agli apostoli «noi non annunziamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù»(2 Cor 4, 5).

 

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