Il caso dell’insegnante sospesa a Palermo. Libertà di pensiero e la missione della scuola

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Tiene banco, sui media e non solo, il fatto – grave – verificatosi a Palermo, dove un’insegnante è stata sospesa da scuola per 15 giorni, a stipendio dimezzato, in seguito a un video dei propri ragazzi che in occasione della Giornata della memoria del 27 gennaio accostava la promulgazione delle leggi razziali del periodo fascista al Decreto sicurezza del ministro dell’Interno Matteo Salvini.
I fatti si sono verificati in un istituto tecnico e la sospensione – riferiscono le cronache – è stata attuata al termine di una ispezione ministeriale cominciata dopo un tweet di un attivista di destra indirizzato al ministro all’Istruzione Marco Bussetti: “Salvini-Conte-Di Maio? Come il reich di Hitler, peggio dei nazisti. Succede all’Iti Vittorio Emanuele III di Palermo, dove una prof per la Giornata della memoria ha obbligato dei quattordicenni a dire che Salvini è come Hitler perché stermina i migranti. Al Miur hanno qualcosa da dire?”.
Da qui sono scattati gli approfondimenti, che hanno portato alla sanzione per la docente. Decisione – fa sapere il Ministero – presa a livello periferico dall’ufficio territoriale a seguito di un preciso procedimento che si è svolto secondo le norme e che comunque il Miur si riserva di verificare.
Qual è il problema? Paragonare Salvini al Duce? O la critica a un provvedimento – il decreto sicurezza – che a qualcuno (non solo agli studenti di Palermo, in verità) sembra ledere i diritti costituzionali? Se così fosse sarebbe davvero allarmante, visto che la libertà di pensiero e di opinione in Italia dovrebbe essere ancora un valore. Piuttosto, il focus della questione va cercato nell’accusa del tweet – peraltro smentita dagli interessati – sull’obbligazione presunta esercitata dall’insegnante nei confronti dei propri allievi minorenni, che sarebbero stati indirizzati a puntare il dito contro il ministro e il suo operato. Plagio?
Accusa pesante e non solo tutta da verificare – come ovvio e come dovrebbe aver già fatto in prima battuta l’Ufficio scolastico, per arrivare al provvedimento – ma anche difficile da sostenere, almeno come è facile – facilissimo – da lanciare attraverso il mare oscuro della rete. L’insegnante sostiene di aver fatto semplicemente – e con passione – il proprio lavoro, di aver sempre operato favorendo la libertà di espressione e il pensiero critico. Il lavoro scolastico sarebbe nato da letture e discussioni, preparato nel tempo. Gli studenti la difendono e sottolineano che nessuno è stato obbligato a partecipare al progetto, che le immagini del video (un power point) non sono state scelte dalla professoressa, la quale avrebbe solo “dato una mano” nella sistemazione del testo sotto il profilo linguistico.
Evidentemente all’Ufficio scolastico provinciale deve essersi palesata una situazione molto differente, perché altrimenti un provvedimento così grave – lo è davvero, raro e, come afferma l’insegnante, lesivo della sua professionalità – non avrebbe dovuto essere preso. Il Miur, dunque, verifichi con attenzione i fatti, che esulano dalle facili polemiche politiche che si sono subito innescate. In gioco ci sono valori importanti come la libertà d’insegnamento, la dignità personale e professionale, il valore della stessa scuola. Fare chiarezza è un dovere, nei riguardi delle persone coinvolte – a cominciare da insegnante e allievi – e del Paese. Il tutto – nota a margine – scatenato da un tweet, un cinguettio, uno spiffero, un venticello… Anche su questo vale la pena di riflettere.

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