Nelle mani del Pastore. E del Padre

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In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.
Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.
Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Per leggere i testi liturgici di domenica 12 maggio, quarto di Pasqua “C”, clicca qui.

È un vangelo brevissimo, solo quattro versetti che propone l’immagine che domina tutto il capitolo decimo del Vangelo di Giovanni: quella del “buon pastore” o, alla lettera, del “bel pastore”, il pastore ideale. Gesù si presenta così, infatti.

Il “bel pastore”, le pecore, il Padre

Doveva essere un’immagine straordinariamente eloquente per quelli che lo ascoltavano. Un po’ perché, in molti passaggi del Vecchio Testamento, Dio si presenta come pastore del suo popolo, un po’ perché l’attività pastorizia non era una attività un po’ esotica, come è per noi oggi, ma una delle attività più diffuse.
Gesù presenta se stesso come il buon pastore e i suoi discepoli come le sue pecore. Dice qualcosa di sé: conosce le sue pecore e dice qualcosa delle pecore: ascoltano lui e lo seguono. Da notare che “conoscere” significa “intessere rapporti”, “amare”. E da notare anche che “ascoltare” significa interiorizzare quello che si ascolta e spesso coincide di fatto con “obbedire”.
All’ascolto che le pecore offrono al pastore, Gesù, in risposta, offre qualcosa di spropositato: la vita eterna e la rassicurazione che le sue pecore non andranno perdute: nessuno le potrà strappare dalle sue mani. Ma siccome il pastore e il Padre che è nei cieli sono una cosa sola, nessuno potrà strappare le pecore dalle mani del Padre.

I grandi misteri che ci occupano e la rassicurazione delle mani

Dolce e rassicurante quell’immagine delle mani: le pecore sono nelle mani di Gesù, il “bel pastore”, e, quindi, nelle mani del Padre.
Ci ritorna in mente, ancora una volta, quel dato che ci aiuta a gustare l’immagine del pastore e delle pecore. Le pecore pare abbiano un raggio visivo ridotto: non vedono in lontananza. Per questo devono essere guida soprattutto dalla voce del pastore e devono stare insieme per non smarrirsi, dovono essere gregge.
Torniamo al vangelo di questa domenica. Siamo come le pecore. Non vediamo lontano. I passaggi più importanti della nostra vita rimangono misteriosi: l’inizio, la fine. La fine soprattutto: possiamo sapere tutto di quello che avviene quando si muore, ma alla fine non ne sappiamo nulla e soprattutto non sappiamo nulla del “dopo”.

Siamo, anzi, in una situazione che più passa il tempo, più si indaga nello spazio e più aumenta il mistero. Qualche settimana fa si è parlato di una foto di un lontanissimo buco nero. Ci hanno detto che quell’immagine ha percorso 55 milioni di anni luce. Che cosa esisteva allora del nostro pianeta? Di domande simili ci nascono dentro ogni giorno. Il vangelo non ci svela nulla di questi misteri nei quali ci troviamo immersi. Ma ci dice una verità grandiosa e consolante: siamo pecore nelle mani di un pastore e di un padre. Nelle mani: di qualcuno che si prende cura di noi, che ci accudisce. Siamo pecore di quel pastore e siamo figli di quel Padre.

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