Ol motocàr del Bèpo, salida. Il motocarro del Bèpo, salita. Una storia di paese

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OL MOTOCÀR  DEL BÈPO, SALIDA. I motocarri sono per loro natura di qualcuno, anche nel senso di assioma identitario, e il Bepo non sfugge a questa anda, pur con una strada tutta sua nel dirsi e nell’interpretazione della regola. Contrassegnato da vita quasi tutta contadina misurata dal trasporto con cavallo e carretto, il Bepo si procaccia (a l’se röspa) ol motocar sull’orlo della pensione, a sostituzione animale/mezzo meccanico e, dopo una delusione da subíto abigeato, molla definitivamente il ruch e Segantini, e si lancia con spirito e resistenza adolescente nel campo della Raccolta per le Missioni, che al mio paese, dagli ultimi vent’anni del secolo scorso ha funzionato, con il riutilizzo e la vendita dei materiali di scarto delle famiglie e degli artigiani del territorio, a sostegno delle attività dei religiosi e laici locali nei paesi del terzo e del quarto mondo. È in questa attività, assunta a interpretazione di vita che nasce il mito dell’inscindibilità del Motocàr dal Bepo, che si mantiene, per una dozzina di anni, sino alla loro (Bepo e motocàr) morte, per infarto l’uno e per pietoso abbandono riciclato, l’altro.

Noi (io e i miei fratelli e sorelle) figli del Bepo, abbiamo sempre, segretamente, apprezzato lo stile d’essere della coppia, pur non rinunciando ad esternare, ogni tanto, pudichi moti d’apprensione circa le fragilità strutturali di questa relazione, come ad esempio la avanzata e intensa miopia del guidatore o la clandestinità documentale del motocàr e della sua portabilità… fragilità che ci hanno di molto facilitato la vicinanza e la sollecitazione, sempre molto comprensiva e misurata civicamente, delle forze dell’ordine locali.

Il Bepo aveva il suo modo (la sò manéra) per far rendere ol motocàr; croce e delizia del vecchio meccanico pre-digitale di famiglia, viveva con rude umanità e debordante affidamento tecnico meccanico, il suo lavoro con il mezzo, accentuandone con spasmodicità i connotati di potenza e di sfida alla stabilità. La scena dentro cui la poesia si racconta è una mappa topografico stradale che dice del motocar del Bepo e la salita, ma per me nasce prima. Il mio paese, essendo di valle, si dà in salita e a metà paese c’è la piazza, che guarda giù. Io sono seduto in piazza e lo sento, lontano, ol motocàr, a quasi un paio di km, che arriva potente nel suo lamento costantemente strozzato e sostanzioso nel suo trasporto… e allora aspetto, indovinando mentalmente i passaggi, le vie che percorre, i bar e le botteghe che traguarda,  sino ad affrontare il curvone della salita verso di me ’n piassa; il resto è solo poesia…

Di questa poesia, Manuel Cohen, nell’ultimo numero della rivista letteraria Periferie, dice: Una poesia aderente alla parlata della media Valle Seriana, ci presenta una sonorità più ruvida o dei margini, sapientemente modulata e ricondotta ai registri della poesia. La parola di Noris sembra aderire, per molti versi mimeticamente, a quella parlata, a quelle sonorità. Gli elenchi, le cose, i nomi di persona, e perfino le storie, più che alla fiction letteraria, rinviano ai realia, agli incontri, al vissuto. Versi scabri, ipometri, essenziali, ridotti all’osso della rappresentazione e della significazione. E tuttavia sontuosi, per paradosso e per virtù tecnico linguistica. L’autore sa concentrare in parole profonde e in rapidi tratteggi immagini e vite: cos’altro aggiungere, se non che si resta ammutoliti, di fronte alla descrizione di un motocarro dai tratti umanissimi (s’incattivisce, singhiozza, sfiamma, s’impenna e poi esplode) ? Sembra quel neoumanesimo rurale proposto e trasposto dai vecchi buoi umanizzati di Tonino Guerra alle macchine ugualmente utili per l’opera degli uomini…

Amen.

A me sembra ülìs bé.

PER SENTIRE:

OL MOTOCÀR DEL BÈPO, SALIDA

A l’è ö  gabiòt
con sö ’l cassù
e pò fèr
röspài de ram
carta
e amò mèi,  cartù.

’Ncargàt i-sgiùf
che l’sömèa  öna bómba
a l’cica e l’pómpa
l’i-sbanda
e l’ciàpa ’n cürva
l’ónda.

A i pé de la salida
la trìda ólta la manèta
a l’crida e l’béga
l’è ö motocàr che l’vusa
l’è ö mügià de  motoséga.

A mèza rampa
morèl
ol mèzo a l’sa ‘ncaìna
tra i spàsem i-strèngulàcc de la frissiù
a l’sanglòta
– l’è quase ’n sima –
l’isfiama
a l’se ’mpèna
e pò l’i-sbara.

I gh’à öna sberlögia dólsa
i öcc del Bèpo
e i ögiài sènsa portére
– a l’mé varda e l’grégna –
e sö la mé frónt
gh’è du crène
ligére
ligére.

 

IL MOTOCARRO DEL BEPO, SALITA.

E’ un gabbiotto
con su il cassone
e poi ferro
scarti di rame
carta
e ancor meglio, cartone.

Caricato gonfio
che pare una bomba
sputa e pompa
sbanda
e prende in curva
l’onda.

Ai piedi della salita
trita alta la manetta
grida e litiga
è un motocarro che urla
è un muggire da motosega.

A mezza rampa
livido
il mezzo s’incattivisce
tra gli spasmi strangolati della frizione
singhiozza
– è quasi in cima –
sfiamma
s’impenna
e poi esplode.

Hanno uno sguardo dolce
gli occhi del Bepo
e gli occhiali senza portiere
-mi guarda e ride –
e sulla mia fronte
ci sono due fessure
leggere
leggere.

 

 

da: IN DEL NÒM DEL PÀDER
Teramata Edizioni 2014 BG

 

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