“A tradimento” di Alberto Cavanna: storie tra le macerie del Ponte Morandi

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14 agosto 2018. È la vigilia di Ferragosto ma la Penisola è attraversata da un’ondata di maltempo. Piove, infatti, da Nord a Sud dello Stivale. Le cattive condizioni atmosferiche, però, non fermano i progetti di vacanze degli italiani che sono in viaggio.

All’improvviso a Genova, alle ore 11,36 di quel fatale martedì, nel corso di un fortissimo nubifragio, crolla il ponte Morandi, il viadotto dell’autostrada A10 che attraversava il torrente Polcevera tra i quartieri di Sampierdarena e Cornigliano, collegando la città al porto. Il bilancio della tragedia è alto: i morti sono 43.

28 giugno 2019, dopo le operazioni di “implosione controllata” avvenute nel rispetto dei modi e dei tempi annunciati, le pile 11 e 12 del Ponte Morandi alle ore 9,37 collassano a terra. Sirena, esplosione, crollo e grande polverone: i genovesi hanno assistito in diretta all’evento, certi che un simbolo del capoluogo ligure che stava lì dal 1967 se ne era andato via per sempre, cambiando definitivamente lo skyline della città. Abbattute le celebri pile che erano il tratto distintivo dei ponti costruiti negli anni Sessanta dall’ingegnere Riccardo Morandi ma che, a causa degli stralli inglobati nel cemento, hanno rappresentato anche il punto debole come evidenziato dalle indagini in corso, secondo le quali proprio fra stralli e pile si sarebbe verificata la rottura che ha causato il disastro. Dunque a distanza di undici mesi dalla tragedia che ha sconvolto Genova, mentre nelle aule del tribunale prosegue il processo penale, nella zona est del cantiere lungo il torrente Polcevera può definitivamente partire la ricostruzione del nuovo viadotto progettato da Renzo Piano, che politici e autorità hanno promesso sarà inaugurato entro il 15 aprile 2020.

Alberto Cavanna, scrittore, traduttore e illustratore ligure ha fatto del Ponte Morandi il punto focale del suo nuovo romanzo “A tradimento” (Cairo Editore 2019, Collana “Scrittori italiani”, pp. 168, 14,00 euro). L’autore, nato ad Albisola Superiore in provincia di Savona nel 1961, ha scritto un libro sui divari generazionali, in particolare sulle paure. «I nostri vecchi temevano la guerra, e ora noi cosa dobbiamo insegnare a temere a chi verrà dopo? E come?» anticipa Cavanna, già apprezzato autore di “Da bosco e da riviera” (Rizzoli 2008), “Il dolore del mare” (Nutrimenti 2015), “La nave delle anime perdute” (Cairo 2016, Premio Selezione Bancarella 2016 e Premio Carlo Marincovich 2017) e “Ma forse un Dio” (Cairo 2018), da noi intervistato.

Alberto, il giorno stesso del crollo del Ponte Morandi, ha iniziato a scrivere “A tradimento”. La visione di quelle macerie e non solo, che cosa Le ha ispirato? 

«Il pensiero che ogni generazione ha le sue macerie e le sue paure… Quella, atavica, delle generazioni passate era la guerra: uno spauracchio spesso presente nel più banale lessico famigliare. Mia madre mi diceva: “attento in strada: ci sono le auto”. Mia nonna a lei diceva: “attenta in strada: sparano”… E noi da cosa dobbiamo mettere in guardia i nostri figli?».

Anastasia e suo padre sono i protagonisti della narrazione, un padre e una figlia che recuperano un rapporto interrotto da anni attraverso il ricordo della storia degli avi. A tradimento, però, il dramma, l’impensabile. Ce ne vuole brevemente parlare? 

«Se tornassimo più spesso alla saggezza, sovente senza cultura, dei nostri “vecchi”, spesso potremmo avere risposte ai quesiti dell’esistenza che una cultura senza saggezza non è più in grado di dare. Un padre racconta alla figlia come le generazioni passate reagivano ai drammi della vita, come riuscivano a superare le loro macerie… Come si riusciva a tramandare agli altri la saggezza dell’infinito risollevarsi dopo il crollo, mettendo in guardia i propri piccoli dai pericoli ma senza spaventarli troppo, per non spegnere il lume della speranza. E l’infinito valore di un mestiere tramandato di padre in figlio in un mondo dove ormai il lavoro è una chimera».

Alla fine del testo appaiono tutti i nomi delle vittime vi erano anche bambini, se Anastasia e i suoi genitori sono frutto della sua fantasia, le loro vicende e quelle dei personaggi che popolano il libro sono state tutte tratte dalla vita vissuta. Quale fine si è proposto nello scrivere su questo evento tragico che ha scosso la coscienza dell’intera Nazione?

«Il crollo del ponte è un’ombra lugubre sempre presente in tutto il racconto, quasi un personaggio a sé, esattamente come la copertina. Un simile evento non poteva diventare oggetto di narrazione di una semplice fiction. Così ho usato storie vere, familiari, proprio perché potessero davvero essere momenti vissuti dalle vittime. Un’ombra che, come uno spauracchio del passato, deve fare riflettere sui mali di un paese che, periodicamente, dispensa crolli, macerie e morti».

“Sono passato sul viadotto crollato, otto volte nell’ultimo mese. É per un temporale che io e mia figlia non eravamo su quel ponte. Il mio pensiero va a chi non è stato così fortunato. E guardo i monti in attesa…” (1). È vero che il 14 agosto sarebbe dovuto transitare sul viadotto insieme a Sua figlia? 

«Ѐ vero. Dovevamo andare a trovare alcuni amici alle Terme di Valdieri ma un impedimento (un compleanno dimenticato) e il maltempo mi hanno fatto desistere. Ma come questa mia storia ce ne sono centinaia in giro, anche molto più drammatiche».

Gli inquirenti hanno continuato a trovare conferme sulla sciagurata gestione della sicurezza e della manutenzione del Ponte Morandi, per esempio il reperto numero 132, uno strallo di cemento armato che mostra un avanzato stato di corrosione dei cavi di acciaio interni. Una tragedia annunciata? 

«Su questo non posso pronunciarmi e non era mia intenzione parlarne nel libro. Il crollo del Morandi è un fatto tragico che diventa un simbolo. E per la protagonista è un dolore così grande per cui conoscerne le cause diventa secondario rispetto a quello che gli ha insegnato il padre nei racconti di famiglia: andare oltre le macerie, da sola, senza contare su nessuno. Senza odiare e senza dimenticare».

Vive e lavora nella piccola frazione di Polverara (nel comune di Riccò del Golfo di Spezia), nella bassa Val di Vara, ed è nato da una famiglia di artigiani dediti, da generazioni, alla lavorazione del legno a bordo di navi e imbarcazioni. Che cosa rappresenta per Lei il mare, spesso protagonista dei Suoi scritti? 

«Un tutto da cui proveniamo e a cui torneremo. La vita è solo un intervallo tra questi due momenti: il percorso che il destino ci ha dato per riunirci, come ogni goccia, al mare. E questo è il soggetto del mio prossimo lavoro».

(1) Dalla pagina Facebook di Alberto Cavanna del 14 agosto 2018.

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