La piccola Pentecoste in mezzo alla grande Babele

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre (vedi Vangelo di Giovanni 14, 15-16.23-26)

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La Persona dello Spirito

La Pentecoste è l’effusione, l’invasione benefica e rinfrescante dello Spirito. Il racconto dell’evento è anche un’invasione simbolica, un accavallarsi di segni che “dicono” il senso del mistero, lasciano trapelare qualcosa della misteriosa identità della Persona-Spirito.

Di persona si tratta, infatti, la terza della Trinità. È la persona-amore, l’amore che unisce Padre e Figlio. L’identità personale dello Spirito è suggerita da una vera e propria “chicca” espressiva del vangelo di oggi. Si tratta di un errore di grammatica, uno straordinario errore di grammatica. Gesù sta parlando ai suoi amici, durante l’ultima cena (siamo nel vangelo di Giovanni) e parla in particolare dello Spirito e dice: Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa.

Un mirabile errore di grammatica del Vangelo

Il vangelo, come noto, è scritto in greco. La parola greca che sta per “spirito” è pneuma, “soffio, alito, vento” ed è di genere neutro, il genere delle cose (è il terzo “genere” oltre i nostri maschile e femminile). “Lui vi insegnerà…”. “Lui” si riferisce a pneuma e dovrebbe essere neutro. E invece è maschile: “lui”, appunto, e non “esso”. È una sgrammaticatura. Un mirabile sgrammaticatura. Nelle parole di Gesù riferite da Giovanni sta dunque il suggerimento che lo Spirito non è qualcosa, una semplice vento, un soffio, ma qualcuno, una persona. Non una persona che ama, ma una persona che è l’amore.

Per questo nel racconto degli Atti degli Apostoli prevalgono simboli che rimandano a qualcosa di leggero, di volatile, di invasivo: fuoco, alito, vento. L’amore si sente, non lo si vede, o meglio: lo si vede solo per interposto simbolo. Vedo che una persona è innamorata da come guarda, da come parla, da come tace, da come smagrisce. Niente è più forte dell’amore e niente è più difficile da vedere.

Non si vede l’amore. Si vedono gli innamorati

Così è dello Spirito. Non si vede Lui, l’alito-persona, ma si vedono le donne e gli uomini che lui ha invaso e si capisce che lui c’è in loro da come loro ne lasciano trasparire la presenza. C’è l’Amore perché ci sono persone che amano.

Pentecoste non ha ripristinato l’unica lingua che regnava a Babele, ma ha lasciato le varie lingue che però, grazie allo Spirito, non sono più un ostacolo. Le diverse lingue restano, ma le persone si parlano e, grazie al loro parlarsi, si uniscono.

Così nasce, in mezzo all’umanità una corrente calorosa di gente che si ama nonostante il non-amore che la circonda. Una piccola Pentecoste – sono pochi gli “innamorati”, infatti – in mezzo a Babele – sono molti gli arruffati dagli affetti insani. È il compito, difficile e importante, dei discepoli animati dal vento-Persona.

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