Magistratura nella bufera: «Dobbiamo riscattare con i fatti il discredito o saremo perduti»

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“O sapremo riscattare con i fatti il discredito che si è abbattuto su di noi o saremo perduti. Gli eventi di questi giorni sono una ferita profonda e dolorosa alla magistratura e al Csm”. Le parole eccezionalmente gravi del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, David Ermini, danno la misura dello “scandalo” – termine abusato ma in questo caso pertinente – provocato dalle notizie relative all’inquinamento delle procedure di nomina di alcuni dei più importanti uffici giudiziari del Paese. In un momento in cui gli stessi pilastri della democrazia rappresentativa e del costituzionalismo liberale sembrano essere diventati meno indiscutibili di come ci eravamo abituati a pensare, verrebbe da dire: ci mancava pure la magistratura. Ferma restando la necessità di accertare le responsabilità individuali e la consapevolezza che la caccia alle streghe non ha mai portato a conclusioni utili per la collettività, il danno per la credibilità della magistratura davanti all’opinione pubblica rischia di essere enorme. Ha detto ancora Ermini: “Il Csm e la magistratura hanno al loro interno gli anticorpi necessari per poter riaffermare la propria legittimazione agli occhi di quei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze”. Speriamo che sia davvero così, anche per l’onore di tanti magistrati che fanno il loro dovere e che non poche volte hanno pagato un prezzo altissimo per la loro fedeltà alle istituzioni democratiche.
D’altronde è impensabile concepire la magistratura e coloro che ne fanno parte come una realtà avulsa dal contesto sociale. Ciò vale sia per i magistrati come cittadini, sia per l’amministrazione della giustizia in quanto tale. La stessa Costituzione prevede per i magistrati un organo di autogoverno a tutela della loro indipendenza e autonomia (il Csm, appunto), ma ne configura una composizione mista, con un terzo dei membri espressi dal Parlamento. Quando però emerge che le nomine ad incarichi delicatissimi erano oggetto di un sistematico e occulto mercanteggiamento tra correnti della stessa magistratura, esponenti di partito e affaristi vari, non si può non pensare che sia urgente intervenire sulle regole per correggere il “sistema”. Di questo ora si sta finalmente discutendo. Resta il fatto, però, che anche il sistema migliore può essere corrotto dai comportamenti dei singoli, come ha ricordato nei giorni scorsi il presidente emerito della Corte costituzionale, Cesare Mirabelli, che in passato è stato anche vicepresidente del Csm. E allora forse bisognerebbe riprendere in mano il testo di una conferenza che Rosario Livatino, il giudice ucciso dalla mafia a 38 anni, ebbe occasione di tenere nella sua Canicattì nel 1984. “L’indipendenza del giudice – disse in quella circostanza e le sue parole coincidevano con la sua vita – non è solo nella propria coscienza, nella incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrifizio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori delle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue relazioni e delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative e ad affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo della interferenza; l’indipendenza del giudice è infine nella sua credibilità, che riesce a conquistare nel travaglio delle sue decisioni ed in ogni momento della sua attività”.

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