Verso il Sinodo sull’Amazzonia. Memoria di una donna, martire per il creato

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Una tenace avvocata dei poveri

Era nata nell’Ohio nel 1931 e, in nome del Vangelo, desiderava andare in Cina. La vita l’ha portata in Amazzonia dove ha difeso fino alla fine i diritti dei poveri anche quando era evidente quanto fosse pericoloso.

Non scapperò né abbandonerò la lotta di questi agricoltori, che vivono senza protezione, in mezzo alla foresta. Essi hanno il sacro diritto a una vita migliore, su una terra dove possano vivere e produrre con dignità, in pace e senza distruggere.

Per questo lottava, organizzava le comunità, sollecitava le autorità. Per questo, da anni, era nel mirino, con esplicite minacce di morte, dei trafficanti di legno, latifondisti sostenitori, per interesse, delle monoculture e invasori illegali di terra e dei loro alleati: politici, imprese ed autorità varie.

Agli amici più stretti scriveva:

La nostra situazione qui peggiora di giorno in giorno: i ricchi moltiplicano i loro piani per sterminare i poveri, riducendoli alla fame. Ma Dio è buono con il suo popolo.

E qualche settimane prima del suo assassinio, in un’altra lettera:

So che vogliono ammazzarmi, ma io non me ne vado. Il mio posto è qui con questa gente che è continuamente umiliata da quanti si ritengono potenti.

il 12 febbraio del 2005, un’arma in borsa: la Bibbia

L’hanno uccisa la mattina del 12 febbraio del 2005 mentre si stava recando, sotto la pioggia, presso una famiglia nel mirino dei latifondisti. Due uomini armati le sbarrano la strada. Le chiedono se abbia un’arma. Estrae la Bibbia dalla borsa di plastica: “Questa è la mia arma”. La apre e comincia a leggere le Beatitudini. La colpiscono con sei colpi di pistola. Muore così suor Dorothy Stang, “prima martire del creato”, la chiama don Valentino Salvoldi, una donna la cui vicenda sarebbe il caso di prendere in mano in vista del Sinodo sull’Amazzonia convocato a Roma da papa Francesco nel prossimo ottobre.

In nome del Vangelo

Suor Dorothy era giunta in Brasile nel 1966. Incrocia una stagione ecclesiale e civile di grande fermento. Custodisce, come molti credenti, la passione “per la Bibbia e per il giornale” e per questo si impegna fortemente, prima nello stato del Maranahao e poi nel Parà, nei movimenti sociali battendosi contro il disboscamento dell’Amazzonia, sempre al fianco dei contadini e degli operai della Transamazzonica. Un disboscamento che avviene a servizio di un’agricoltura piegata quasi esclusivamente sulle piantagioni di soia per bovini. Lo fa da credente, perché la custodia del creato è costitutiva della fede cristiana e lo fa scegliendo la via della formazione. Anna Maria Rizzante, una laica missionaria italiana che vive in Brasile da molti anni e che ha conosciuto suor Dorothy la ricorda in questo modo:

Aveva chiaro che i veri protagonisti erano i contadini e le loro famiglie. In questo, fin dagli anni ‘80, ha impegnato tempo, sforzi, risorse per la loro formazione nei più diversi campi. È stata Dorothy a volere la prima scuola di formazione di maestri nella Transamazzonica, la scuola Brasil Grande. Insegnava loro a leggere la Bibbia per scoprire, o riscoprire, con allegria liberante, che, fin dall’inizio, le donne sono state protagoniste, volute e scelte da Dio per essere strumenti di liberazione del popolo. Questa coscienza le portava ad occupare sempre più spazi e incarichi nelle organizzazioni popolari: sindacato, movimento delle donne, cooperative. E insegnava loro lo Statuto della Terra, perché i contadini conoscessero i loro diritti e sapessero come difendersi e difenderli. Insegnava loro a lottare con le loro forze. Mi ripeteva spesso: ‘Noi non saremo per sempre con loro, per difenderli. Loro devono imparare e devono farlo!’”

Nella povertà più totale, in baracche di paglia tirate su dalla gente, con la cucina improvvisata su alcune pietre, alcune donne e ragazze imparavano come far scuola e alimentavano la certezza che Dio stava con loro e che le avrebbe sostenute nel sogno di una vita buona, semplice, libera per tutti e tutte.

In occasione del cinquantesimo di professione religiosa, suor Dorothy scriverà agli amici queste parole: “La nostra missione di stare con il popolo rende adesso urgente la sfida di vivere il Vangelo e di entrare nel terzo millennio con un progetto di società alternativa, capace di donare la vita.
Mentre seppellivano il suo corpo nella terra del Parà, suor Jane, sorella di vita e di missione, disse: “Non stiamo seppellendo Dorothy. Noi la stiamo piantando”.

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