Il dramma di Felicita e Thomas e le molte solitudini nascoste

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Il mondo di Felicita Carminati e di Thomas Arrigoni, nel loro appartamento confortevole in una villa bifamiliare di Terno d’Isola, in provincia di Bergamo, era difficile ma sereno: una madre affettuosa che si prende cura di un figlio gravemente malato, dedicandogli tutto il suo tempo. Un impegno fatto d’amore e di piccoli e grandi sacrifici quotidiani. Le madri fanno spesso l’errore di non tenere conto del tempo che passa o delle forze che vengono meno, perché c’è sempre qualcosa di più importante di cui occuparsi. Forse è accaduto anche a Felicita, che faceva conto soprattutto sulle sue forze per custodire la vita del suo Thomas, dopo aver perso il marito Massimo nel 1995 per un infarto e il fratello Carlo tre anni fa per un’epatite. A causa di una sindrome degenerativa, che si era manifestata in tenera età, Thomas era paralizzato, riusciva soltanto a parlare, e per vivere dipendeva da un respiratore. Nonostante questo madre e figlio erano pieni di interessi, molto attivi e la loro serenità era contagiosa: per gli altri sono stati un modello d’amore e di coraggio. Quando Felicita ha avuto il grave malore che l’ha uccisa, il destino ha voluto che il cellulare con cui Thomas comunicava attraverso i comandi vocali fosse in un’altra stanza. Così il figlio è rimasto a vegliare per ore la madre morta prima di morire a sua volta, quando la batteria del respiratore si è scaricata. Un finale drammatico, che ha toccato il cuore di tutti. Una tragedia casuale, che probabilmente nessuno avrebbe potuto impedire, ma in qualche modo fatta anche di solitudine: il malore di Felicita è arrivato nel weekend, e per combinazione madre e figlio erano soli, e ci sono volute oltre 24 ore prima che la loro morte venisse scoperta grazie all’arrivo del fisioterapista. Una vicenda così triste induce inevitabilmente a riflettere sugli stili di vita contemporanei: è più facile, spesso, restare piegati sui propri apparecchi elettronici che guardare i vicini di casa negli occhi, e ci costa bussare alla porta accanto anche solo per un sorriso, un saluto o per chiedere se serve qualcosa: a questo contribuiscono anche la naturale riservatezza di molti bergamaschi e il timore di poter disturbare. Una volta tanto, però ripensando a Felicita e Thomas, e come omaggio per ricordarli, sarebbe bello guardarsi intorno e scoprire se non si può impiegare qualche minuto per spezzare la solitudine di qualcuno che ci vive accanto. Come se potessimo, per una volta, trasformare la commozione per questa storia in un seme fatto di gentilezza, di attenzione e di cura.

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