Il filo infinito. Nei monasteri alle radici dell’Europa con Paolo Rumiz

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Il 24 ottobre 1964 Paolo VI proclamò San Benedetto da Norcia Patrono Principale di tutta Europa. Cinquantacinque anni dopo Paolo Rumiz è andato a cercare quel filo, che partendo dal cuore della nostra Penisola, a Norcia, in Umbria, avvolge tanta parte del Vecchio Continente.

Nasce da qui “Il filo infinito” (Feltrinelli 2019, Collana “Narratori”, pp. 174, 15,00 euro), nel quale l’autore descrive un significativo “Viaggio alle radici dell’Europa”, come recita il sottotitolo del volume. Un viaggio, in dodici tappe, tra i monasteri alla ricerca dell’Europa di San Benedetto e di uomini che hanno fatto scelte definitive, che ha toccato varie nazioni: Italia, Germania, Svizzera, Ungheria, Francia e Belgio.

Nel 476, alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, i discepoli di Benedetto da Norcia salvarono, con la sola forza della fede e dell’esempio, una cultura millenaria costruendo presidi di resistenza alla dissoluzione, rimettendo in ordine un territorio devastato. Oggi che lo stesso concetto di Europa è messo in discussione, è quanto mai importante cercare una risposta nei luoghi e tra le persone che continuano a tenere il filo di valori perduti.

«Dobbiamo renderci conto di appartenere a una grande casa comune, dobbiamo ritrovare il modo di raccontare la nostra terra, di percepirla, immaginarla e tirarla fuori dalla gabbia burocratica in cui sembra caduta. Non deve cambiare solo la nostra mentalità, deve cambiare tutto, Bruxelles, l’atteggiamento degli Stati Nazionali verso l’Europa. Gli Stati Nazionali dovrebbero essere disposti a costruire un’Europa più forte e quindi rinunciare a una fetta di sovranità. Altrimenti saremo mangiati in un solo boccone dai grandi poteri esterni, che non aspettano altro che di mangiarci a pezzi», chiarisce Paolo Rumiz, scrittore e giornalista di “Repubblica” e del “Piccolo” di Trieste, nato a Trieste nel 1947, da noi intervistato.

Il viaggio del “Filo infinito” comincia a Norcia, negli Appennini, un mondo duro abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto. Nel borgo umbro devastato dal sisma dell’ottobre 2016 la statua di San Benedetto appariva intatta in mezzo alla distruzione. La visione di quel santo benedicente lasciava trasparire per Rumiz due ipotesi di messaggio: «Una di disperazione e l’altra di speranza allo stesso tempo. La prima che potesse essere la visione dell’Europa prossima ventura, quindi macerie, terribile. La seconda visione invece è che nonostante le macerie della Storia, l’ideale benedettino restava in piedi e poteva dirci ancora qualcosa».

Quindi è ovvio per l’autore che il viaggio tra i monasteri sia anche un viaggio interiore, «sono partito da un grande bisogno di silenzio, avevo bisogno di mettere ordine nella mia anima anche di fronte a tutta una serie di sollecitazioni esterne, di cui non ultima è la politica e anche da tutta una serie di preoccupazioni che avevo sul futuro, sul mondo e sull’Europa che amo», chiarisce Rumiz, al quale chiediamo per quale motivo ormai nel nostro Paese ci sia un vero e proprio rifiuto della cultura, della storia e delle nostre stesse radici.

«Perché non si è investito sulla scuola, è chiaro – replica il giornalista –. Abbiamo lasciato imbarbarire la popolazione e a tutto questo si è aggiunto il virus del web portato avanti da strumenti micidiali come Facebook. Questo è stato un grande seminatore di zizzania e ha portato in luce tutta la parte peggiore del Paese che viene anche incoraggiata politicamente».

Il giornalista/scrittore ha visitato anche l’Abbazia di Praglia, monastero benedettino situato nella campagna padovana. Leggendo il libro sorge spontaneo chiedere se può un convento come quello di Praglia racchiudere il senso di un continente. Rumiz ci risponde: «Sì, perché anche stando lì dentro sei immerso in qualcosa che è assolutamente europeo. Dal tipo di coltivazioni al modo di concepire la radura, dalla cura della biodiversità alla coabitazione intima tra l’operare e pregare e leggere ovviamente. Noi siamo immersi in un paesaggio benedettino che percepiamo anche all’interno di uno spazio chiuso come quello di un monastero».

I monaci continuano a praticare quotidianamente la Regola Benedettina “Ora et labora” e hanno il culto dell’accoglienza. «Ѐ la razionalità dei luoghi, perché il modo in cui il monastero è concepito è una macchina perfetta di preghiera, produzione e cultura. Questo è soltanto europeo», spiega Rumiz.

Dunque i monasteri continuano a essere presidi di preghiera e lavoro, ma chiediamo quanto c’è ancora di autenticamente cristiano nell’Occidente sempre più preda del materialismo?
«Il Cristianesimo vero sopravvive nei cuori di molte persone ma non fa notizia. Gli unici luoghi in cui lo puoi vedere organizzato e operativo sono appunto i monasteri, luoghi di preghiera e di lavoro. Punti di riferimento ineludibili, luoghi dove anche chi non crede va e dai quali ritorna trasformato. Personalmente sono uscito da questo viaggio con un’energia fortissima a livello narrativo, tanto è vero che racconto questo mio libro in giro per l’Italia e questo mio narrare dà una carica emotiva che stupisce me stesso e che proviene da lì, dal mio viaggio tra i monasteri benedettini sparsi per l’Europa», conclude Rumiz.

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