La cinésa, Ol ciareghèt grand e il pane fresco del Gian

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La cinésa, Ol ciareghèt grand e il pane fresco del Gian. Non posso che essere grato e riconoscente a Gian Gabriele Vertova per aver dedicato del suo tempo a queste due poesie. Accompagnando la presentazione della ultima mia raccolta, RESISTÈNSE,  al Centro Culturale La Porta di Bergamo, poco meno di due anni fa, avevo sentito sincera vicinanza e convinzione, da parte sua,  per questa mia esperienza di ricerca di poesia.

Così qualche giorno fa, gli ho chiesto se insieme potevamo costruire un numero di questa rubrica e gli ho inviato La cinésa e Ol ciareghèt grand e questa è la risulta proponibile di questo piccolo gioco tra noi.

Ha ragione Franco Loi quando sostiene dell’estraneità della poesia al poeta che l’ha scritta come condizione  necessaria per esser foriera di scoperta e di ri-conoscimenti, così come è davvero nelle cose ciò che  dice Gian Gabriele Vertova, che i testi veramente poetici si aprono a 70 molteplici interpretazioni… È nella scia di queste considerazioni che queste due poesie, scarabòcc de tenerèssa, le chiama Gian citandomi, La cinésa e Ol ciareghèt grand, trovano nelle tenui pennellate interpretative che scrive una ragione per me di sorpresa, di sobriamente provvida scoperta.

È una bella situazione, come mangiare del pane fresco, la mattina.

1) LA CINÉSA

LA CINÉSA

Só riada ché
co la paròla
teada sö la lèngua
ma gh’ìe ’n dèl cör
ön invìs.
 
 Só saltada fò
dal büs del cül
d’öna alìs
 sgiùnfa de improbàbei
bachète per ol rìs.
 
Só partida
da i mùcc del Siciuàn
’ndo ca l’mügia
la fam e ‘l vènt
e i trèma
i gerù zùen
sènsa curnìs.
 
Via dré ai vòs-cc mür
inseràcc
a rampéghe 
co ’l spéret  del loertìs.
 
Ó mai vést
ve l’giüre
issé tance préde urdinade
etèrne töce ’nsèma
e issé póch paìs.

LA CINESE

Sono arrivata qui
con la parola
tagliata sulla lingua
ma avevo nel cuore
un desiderio.

Sono saltata fuori
dal buco del culo
di una valigia
gonfia di improbabili
bacchette per il riso.

Sono partita
dai monti del Sichuan
dove muggisce
la fame e il vento
e tremano
i ghiaioni giovani
senza cornice.

A ridosso dei vostri muri
rinserrati
m’arrampico
con lo spirito del luppolo.

Ho mai visto
ve lo giuro
così tante pietre ordinate
eterne tutte insieme
e così poco paese.

da RESISTÈNSE
INTERLINEA Edizioni 2016

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La “cinésa” è rappresentata con uno sguardo attento, fin dall’inizio non estraneo o sospettoso, perché l’indagine è già contaminata da solidarietà. L’autore è figlio di un popolo di migranti e almeno lui non se ne è dimenticato, ma cerca la poesia e  vorrebbe che ogni incontro fosse espressivo, capace di immaginare ed accogliere sentimenti e pensieri: in ogni cuore c’è ön invìs, un desiderio. Perciò la sottolineatura decisiva (e fraterna) non può non cogliere la paròla teada sö la lèngua, la frustrazione di chi non sa come riuscire a comunicare con le persone intorno.

Però, attenzione: da che parte è “saltata fuori” la cinésa? Non è giunta come una turista con i trasporti dei ricchi, ma sbuca dal büs del cül  di una valigia, dove aveva accumulato “improbàbei bachète per ol rìs”. L’espressione realistica esalta lo stupore, provocatoriamente “provinciale”, e consente una sorta di pausa piuttosto che una troppo immediata empatìa. Certo, per difendersi dalla fame per secoli la sua gente si è cibata di riso non usando di certo forchetta e coltello… così i poveri contadini di Olmi ne avevano di legno, ma non stavano certo meglio con la poca polenta che dovevano contendersi.

In ogni primo incontro ci si dice da dove si viene. Ma forse non sono così diversi i “ mùcc del Siciuàn/ ’ndo ca l’mügia/ la fam e ‘l vènt “ dai “mür inseràcc” dei muratori bergamaschi, che una fama antica (spesso un po’ ironica…) esalta come perfetti, insuperabili. E realizzati a tempo di record.

La poesia di Noris non cerca solo di evitare la facile commozione, ma anche la scelta di immagini troppo immediate. Non è forse semplice cogliere il dramma nascosto nella similitudine del “loertìs”: il luppolo era una pianta che, soprattutto in passato, richiedeva sforzi fisici molto pesanti ai contadini, con rischio frequente di infortuni. Anche la cinésa dovrà saper rischiare “co ’l spéret del loertìs”.

Ma ogni emigrante diventa personaggio protagonista nel momento del racconto, quando vuole testimoniare ai suoi lo stupore provato di fronte alla novità del paesaggio imprevisto del paese bergamasco. Allora sente il bisogno di giurare che è davvero così:

issé tance préde urdinade
etèrne töce ’nsèma
e issé póch paìs.

Quasi anche lui voglia consolidare la memoria e respingere il dubbio di aver solo sognato…

2.) CIAREGHÈT  GRAND

CIAREGHÈT GRAND

Tri dé fà
m’zögàa dré ai cantù de la césa.
 
Pò a du dé fà.
 
Iér, in sagrestéa,
saltà mia tàt e co i mà cunsade,
e cór  belase
che i bala i ciche ’n di scarsèle.
 
E ö pienù de preòs-cc, töbèrcoi.
 
Incö, m’servéss Mèssa con deussiù,
m’canta e m’suna
ol campanèl del Sàntus,
quando ol prét a l’fà tremà la us
e  l’islarga i mà e töcc  a m’sa ’nzenöcia.
 
’Ndomà l’è töt de vèd
che fèste, tómbole, processiù:
vegnerài mia mars
i sancc,
per i tance benedissiù ?

CHIERICHETTO  GRANDE

Tre giorni fa
giocavamo  dietro gli angoli della chiesa.

Anche due giorni fa.

Ieri, in sacrestia,
saltare poco e mani giunte
e corri pianino
che ballan le biglie nelle tasche.

E dappertutto parroci pedanti.

Oggi, serviamo Messa con devozione,
cantiamo e suoniamo
il campanello del Sanctus,
quando il prete fa tremar la voce
e allarga le mani e tutti ci inginocchiamo.

Domani è tutto da vedere
che feste, tombole, processioni:
non marciranno
i santi,
per le tante benedizioni ?

da Us de ruch
edizioni LietoColle 2010
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Chi ha frequentato (quanti decenni fa? Diciamo Tri dé fà..) i nostri oratori conosce l’impegno dei chierichetti, che sapevano interpretare in modo partecipato il loro servizio, richiesto inevitabilmente a tutti i ragazzini che giravano intorno alla chiesa. Certo, a parte le biglie, in passato non c’erano molte distrazioni e l’attento servir Messa poteva diventare un gioco, ma che sempre esigeva una attenta osservanza delle regole: “saltà mia tàt e coi mà cunsade”. Ogni parola e ogni gesto doveva essere fatto a suo tempo, mica a caso:  il campanello andava suonato solo “quando ol prét a l’fà tremà la us”…
Non so se si possa parlare di nostalgìa per la constatazione del tempo che passa veloce (solo “Tri dé fà m’zögàa dré ai cantù de la césa”…), in questo testo ritrovo soprattutto la proposta di un interrogativo sul senso di una consapevole partecipazione al “teatro” della fede, che solo agli indifferenti o agli inesperti può apparire clericale, ma che è tutto da godere per i protagonisti: ’Ndomà l’è töt de vèd che fèste, tómbole, processiù…
Ma non era una fede ingenua, se capace di interrogarsi sulle conseguenze per i santi (e le loro statue) delle troppe benedizioni… Come a suggerire che decisivo era il senso di quell’orizzonte di vita, non l’impegno affaticato “de preòs-cc, töbèrcoi”. In occasione della presentazione della raccolta RESISTÈNSE al Centro La Porta ebbi, tra l’altro, a dire che…. Certamente le “resistènse” di Noris sono difesa dalla violenza di chi usa la parola per esprimere la sua cattiveria, il suo disprezzo per le persone e le cose della vita quotidiana che nella loro imprevedibile complessità sono pur sempre una smentita alla classificazione manichea noi prima/gli altri poi. Il poeta Noris chiarisce che la sua poetica è “uno scarabocchio di tenerezza”, umilmente consapevole del limite dell’operazione, ma anche della forza della complicità affettiva. Come spiega Franco Loi “La poesia ha il potere di ricondurre l’uomo alla sua coscienza più vera. Chi ha potere, difficilmente desidera che i suoi sottoposti abbiano una propria coscienza. Vuole guidare…” Le “Resistènse” di Noris sono un continuo impegno per salvare la parola e la cosa e la vita,  apertura al mistero e alla verità, allo stupore dell’inatteso. Resistere non significa operazione nostalgica o ripiegamento crepuscolare, ma invenzione del futuro. La poesia è occasione di incontro aperto e non di ripiegamento pseudoidentitario. Noris si inserisce nella tradizione novecentesca che ha esaltato lo spazio creativo della poesia. Nel secondo racconto biblico della Creazione si narra che Adam è chiamato a dare il nome: solo i poeti oggi sembrano conservare il compito di dare un nome significativo alle cose…
Così la poesia di Noris non è solo un grido di protesta contro la violenza e il dolore, è soprattutto protesta contro il non-senso, è rintracciare nelle sorprese della vita quotidiana le risposte parziali, ma sempre esaurienti della vita.
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