Lo sbarco sulla Luna. I ricordi di Dacia Maraini, che assistette all’evento in presa diretta

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Il 20 luglio 1969 Neil Armstrong, Edwin “Buzz” Aldrin e Michael Collins, tre astronauti statunitensi della missione Apollo 11, effettuarono il primo sbarco sulla luna. Una data destinata a segnare il corso della storia. Memorabile il momento, in Italia erano le 4,56 del 21 luglio, nel quale Armstrong, comandante della missione Apollo 11, posava il primo piede umano sul suolo lunare, pronunciando la storica frase: “Un piccolo passo per l’uomo, un grande balzo per l’umanità”.

La prima passeggiata lunare, trasmessa in diretta televisiva per un pubblico mondiale, non solo concludeva la corsa allo spazio intrapresa dagli USA e dall’Unione Sovietica, ma realizzava l’obiettivo nazionale che il defunto Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy aveva definito nel 1961 in occasione di un discorso davanti al Congresso Nazionale. L’obiettivo “prima che finisca questo decennio, di far atterrare un uomo sulla Luna e farlo tornare sano e salvo sulla Terra”. Lo sbarco sulla luna, seguito da 600 milioni di persone in tutto il mondo, non fu solo un’impresa tecnico-scientifica straordinaria, ma un momento che trasformò il presente in futuro.

La grande scrittrice Dacia Maraini, autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie, narrazioni autobiografiche e saggi tradotti in oltre venti Paesi, ha avuto il privilegio di assistere alla conquista dello spazio in presa diretta. In questo dialogo, la scrittrice, nata a Fiesole ma cittadina del mondo, ricorda l’ansia, la tensione e l’emozione per l’evento, decisivo nella storia dell’umanità.

Signora Maraini, dove si trovava il 16 luglio del 1969 quando l’Apollo 11 venne lanciato nello spazio presso il Kennedy Space Center a Capo Canaveral in Florida e che cosa ricorda di quegli istanti memorabili?

«Mi trovavo proprio a Cape Kennedy dove ho assistito al lancio dell’Apollo 11 che approderà sulla luna. Riprendo dalle mie cronache dell’epoca: “In questi ultimi tempi, ci dicono, arrivano dai sei agli ottomila visitatori al giorno. Giovani impiegati della NASA efficienti e docili portano in giro folle di ragazzini scalmanati e di famiglie stupite, da un punto all’altro del centro spaziale. La cosa più bella e più strana da vedersi è la grande costruzione “hangar” dove vengono messi insieme i diversi pezzi dei missili. I pezzi arrivano per via mare dai vari Stati dove vengono costruiti. L’“hangar” è alto 130 metri. Visto da fuori fa pensare a una scatola di biscotti inventata dai “designers” della Bauhaus. È alta, quadrangolare e ricoperta da fogli di alluminio grigio e nero. Non ha finestre ma solo una grande vetrata in plastica opalescente. L’interno è un intrico meraviglioso di nervature di ferro che vanno in tutte le direzioni, nere, grigie e rosse. Ai quattro angoli si vedono ascensori dalle pareti trasparenti che salgono e scendono a una velocità vertiginosa: appese al soffitto gigantesche gru gialle che sollevano pezzi di ferro da 30 tonnellate l’una; lungo le pareti carrelli che scorrono silenziosi come se volassero; piantati sul pavimento fari dal lungo collo che gettano una luce gelida ora su un oggetto ora su un altro. In questo momento nell’“hangar” si stanno costruendo l’“Apollo 12” e l’“Apollo 13”. L’“Apollo 11” è già stato trasportato fuori, sul più grande carro a cingoli del mondo e issato sulla rampa di lancio a due miglia di distanza. Rispetto alla grandezza del missile, la navicella dove staranno gli astronauti è piccolissima, scompare alla vista in mezzo alle bardature in cui è imbrigliata. Tutto il resto del corpo (8.000 tonnellate) contiene solo propellenti (idrogeno e ossigeno liquido più cherosene) e motori. Sotto il missile si apre una spaccatura di dodici metri di profondità e sei di larghezza in mezzo a cui è incastrato il deflettore di ferro che dirigerà le fiamme in due sole direzioni controllate da violenti getti d’acqua” ».

“Ha toccato! Ha toccato il suolo lunare!”, fu l’entusiastico annuncio del conduttore televisivo Tito Stagno, il quale durante la storica diretta Rai comunicò ai telespettatori che l’Apollo 11 aveva toccato il suono lunare alle 22,17, ora italiana. Il 20 luglio si trovava sempre negli Stati Uniti?

«Certo. Ero lì. Ma la cosa che mi ha fatto più impressione non è stato vedere l’approdo sulla luna che è avvenuto su uno schermo, ma assistere alla partenza dal vivo dell’Apollo 11: si immagini un palazzo di dieci piani che piano piano si solleva, si piega leggermente e poi corre verso l’alto facendo tremare la terra sotto i piedi, in mezzo a un rumore assordante. La partenza insomma è stata la cosa che mi ha colpito di più… poi tutto è diventato più lontano e ammirevole, anche poetico, ma meno impressionante».

Dalla diretta televisiva di quell’estate di mezzo secolo fa arrivarono immagini in bianco e nero ancora vive nell’immaginario collettivo di milioni di spettatori. Lo sbarco sulla Luna è l’evento storico del nostro tempo che più ha colpito l’immaginazione delle persone, eppure nel ‘69 accaddero altri fatti di rilievo come la storica marcia contro la guerra in Vietnam, l’esplosione dell’autunno caldo nelle fabbriche e la strage di Piazza Fontana a Milano. Come mai?

«Beh, la luna fa parte da millenni di una nostra mitologia affettiva. La luna è stata dea, madre, fantasma, origine di malattie e di morte ma anche responsabile della crescita delle piante e dei capelli, responsabile dell’umore delle persone (non si diceva lunatico?). Insomma era troppo radicata nella nostra immaginazione per non trovarsi al centro dell’attenzione universale nel momento che qualcuno violava il suo mistero e la sua meravigliosa lontananza».

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?”(1). Durante quella notte chi c’era non vide solo il concretizzarsi di un vecchio luogo letterario, ma vide anche la Terra come non si era mai vista, piccolissima. Che cosa ne pensa?

«Infatti, l’allunaggio credo che abbia cambiato le prospettive umane in una maniera drastica. Si è capito, forse per la prima volta in maniera decisiva, che il mondo non è il centro dell’universo, ma solo una palla di terra che gira vorticosamente in mezzo a una galassia che corre non si sa verso dove, in mezzo a migliaia di altre galassie. C’è da perdere la testa per il senso di piccolezza e fragilità che tutto questo suggerisce all’essere umano».

Nel 1999 un sondaggio della Gallup ha rilevato che il 6% dei cittadini statunitensi aveva dubbi sull’allunaggio. Cinquant’anni dopo lo storico evento ha ancora un senso parlare di “Moon Hoax”, “Frottola della Luna”, cioè “Teoria del complotto lunare”?

«C’è sempre chi nega l’evidenza. Ma è una forma di stupidità, quando non di piccineria mentale. Come quelli che negano la Shoà, nonostante le migliaia di fotografie sui campi, o quelli che negano la II Guerra Mondiale, nonostante le testimonianze, o quelli che negano addirittura che la terra sia tonda. A questo punto perché non mettono in dubbio l’esistenza di un cervello nella loro testa? Potrei dire, con la loro stessa baldanza, che nei loro cervelli invece di materia grigia viaggiano pezzi di pera o uccellini che cercano di volare senza poterlo fare».

(1) “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi

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