Dal Malawi alla Romania, Chiara racconta: “Il volontariato aggiunge sapore alla vita”

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Due esperienze lontano da casa e tra i bambini bisognosi. Due tappe della sua giovane vita che l’hanno umanamente arricchita e che consiglierebbe a tutti i suoi coetanei di vivere. I due luoghi sono un orfanotrofio in Romania e un istituto per bambini in Malawi. Lei, invece, è Chiara Angeloni, terapista della neuro e psicomotricità di 26 anni. Attualmente lavora in un’associazione Onlus di Curno e fa corsi di psicomotricità nelle scuole dell’infanzia in alta Valle Brembana, dove vive.

Il volontariato, cioè essere al servizio degli altri, fa parte della sua vita ma le due esperienze all’estero nelle scorse estati l’hanno aiutata a conoscere nuove realtà. «Consiglierei ai giovani di fare volontariato perché è un valore aggiunto alla propria vita: infatti, ci si rende utile agli altri ma anche a se stessi perché quello che torna indietro rispetto a quello che si dà è davvero tanto. In più mi sento di consigliare esperienze all’estero, in un contesto diverso dal nostro, perché si aggiungono al bagaglio nuove visioni della vita. Personalmente lo rifarei tutti gli anni e infatti a breve tornerò in Africa!».

Come ha fatto la giovane volontaria a conoscere queste due opportunità? «Al liceo mi è stato proposto di fare due settimane in un orfanotrofio in Romania con l’associazione di Milano “Bambini in Romania”, fondata da don Gino Rigoldi, e non ho esitato ad accettare insieme ad alcune mie compagne di classe. Per il Malawi, invece, sono partita dopo aver incontrato qui in Valle, durante un suo periodo di riposo, suor Francesca Cortinovis, sacramentina nativa di Lenna, e le ho chiesto se potevo andare un mesetto nella sua missione a Namwera per darle una mano».

Nell’esperienza in Romania, Chiara era accompagnata da un’associazione quindi era tutto programmato, mentre per l’Africa ha organizzato tutto da sola: dal passaporto ai vaccini, dal biglietto aereo alla raccolta di abiti da portare ai poveri. «Nel caso dell’Africa avevo fatto una semplice chiacchierata con Suor Francesca, mentre per la Romania avevo partecipato a degli incontri di formazione e delle verifiche al ritorno, compreso il lavoro e la programmazione in gruppo. Credo che la formazione prima di partire sia impegnativa a livello di tempi e orari ma è molto utile, perché permette di conoscere la cultura, la storia, le usanze e il territorio e di prestare il proprio servizio con uno sguardo già pronto ad accogliere anche eventuale difficoltà, in quanto sono contesti tendenzialmente di disagio o comunque diversi dai nostri».

Dalla Romania, Chiara si porta con sé vari ricordi, come la felicità dei ragazzi dell’orfanotrofio in una giornata al mare. Erano a Costanza, sul Mar Nero, ma non erano mai stati al mare pur abitando a dieci minuti di distanza.

Dell’esperienza africana, invece, i ricordi sono innumerevoli. «Porto con me soprattutto la serenità, che va oltre ai problemi grossi che molte persone incontrano quotidianamente. Sono tornata a casa davvero serena da questa esperienza, chiedendomi anche se qualche preoccupazione che abbiamo noi sia proprio necessaria perché qui siamo troppo ansiosi e presi dal futuro. Loro invece vivono alla giornata: nei mercati, per esempio, si trovano delle piccole porzioni di sale come se dovesse servire per quei due giorni e domani chi lo sa. Ovvio che il non poter ragionare a lungo termine porta con sé anche degli svantaggi, però la loro serenità è tantissima e me l’hanno trasmessa. Bambini sorridenti e persone grate anche solo per aver dedicato del tempo a parlare con loro, in un inglese forse un po’ “storto”. Prima della mia partenza mi hanno dedicato una festa con canti e danze, non perché io abbia fatto chissà cosa per loro ma per il semplice fatto di essere stata lì con loro».

Nella missione in Malawi, la volontaria ha svolto varie mansioni in base alle necessità. I primi giorni ha aiutato una signora italiana nelle pratiche dell’adozione a distanza, incontrando i bambini e ragazzi, facendo foto da spedire alla famiglie adottive, fornendo vestiti nuovi o andando al mercato a comprarli con i soldi raccolti in Italia. «Nella struttura delle suore c’è un asilo frequentato da bambini esterni, vengono ospitati ragazzi con famiglie disagiate che frequentano le scuole elementari fuori dalla missione, poi c’è un liceo femminile. Condividevo quindi con loro la vita quotidiana: accompagnavo i ragazzi a scuola, li seguivo nei giochi e nei compiti al pomeriggio e più semplicemente facevo i mestieri nella struttura o sistemavo il giardino. Nell’ultimo periodo della mia esperienza, invece, ho aiutato un’infermiera italiana che ha fondato un’associazione che forma le persone dei villaggi a prendersi cura dei propri vicini ammalati, con visite a domicilio nei villaggi o con il trasporto all’ospedale con un pick-up».

Durante l’intervista Chiara chiede più volte di poter ringraziare chi l’ha accolta, aiutata e sostenuta in queste due esperienze di volontariato. E noi ringraziamo lei per questa testimonianza, riportando una frase in lingua chewa (la lingua bantu parlata in gran parte dell’Africa centrale e meridionale) a lei molto cara: “tima wanga ukusangalala”, il mio cuore è felice.

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