“Padre”

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Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”» (vedi Vangelo di Luca 11, 1-13)

Per leggere i testi liturgici di domenica 28 luglio, diciassettesima del Tempo Ordinario “C”, clicca qui.

Forse i discepoli di Gesù volevano una loro preghiera, quasi un tratto distintivo rispetto ad altri gruppi. Forse erano stati affascinati, ancora una volta, da Gesù stesso e da come lui pregava. Gli chiedono di insegnare loro a pregare. E Gesù consegna ai suoi amici la mirabile preghiera del “Padre nostro”.

Le due versioni del “Padre nostro”

Il “Padre nostro” ci è stata trasmesso in due versioni: quella di Matteo, che usiamo nelle nostre liturgie e nelle nostre preghiere, e quella di Luca che si trova nel vangelo di oggi. È probabile che la versione di Luca sia quella più vicina alle parole di Gesù. Matteo, infatti, ama spiegare, diluire le parole di Gesù. Lo fa con le beatitudini, lo fa con il Padre nostro.
Anche nella versione breve di Luca la preghiera del Padre nostro si articola in due parti. La prima riguarda Dio (Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno). La seconda riguarda gli uomini (dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore e non abbandonarci alla tentazione).

Che Dio sia riconosciuto come Dio. Che noi siamo fratelli

A Dio si chiede che lui stessa faccia in modo che tutti lo riconoscano come Dio. Ancora a Dio si chiede che noi, gli uomini, abbiamo il necessario per vivere – il pane – che viviamo fraternamente perdonandoci a vicenda, come lui, il Padre, ha fatto con noi, perdonando i nostri peccati. Che siamo fraterni, come lui è stato paterno.
Poi Gesù indica una condizione perché la preghiera sia ascoltata: che sia insistente, che non ci si stanchi mai di pregare: è la paraboletta dell’”amico importuno” che arriva in piena notte a chiedere del pane per un amico che è arrivato in maniera inattesa a casa sua e deve essere rifocillato. Gesù invita a non scoraggiarsi mai: Dio è padre e tratta paternamente i suoi figli.

Pregare da figli

Di fronte alle affermazioni perentorie del vangelo di oggi, si reagisce spesso dicendo che non è così. A tutti è successo di chiedere molto e di ottenere poco.

Ora, se davvero Dio è Padre e se davvero io sono suo figlio, la cosa più importante non è tanto ottenere qualcosa, ma confermarmi nella dolcissima convinzione di essere davvero figlio e confermarmi ancora una volta nella certezza che lui è veramente Padre. Questo è ciò che conta. Senza questo rapporto “amoroso”, la preghiera diventa merce di scambio: io ti prego, ma tu dammi. È la preghiera del fariseo, non quella del discepolo del Signore.

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