Sö l’ös: Fìi, Fili. Poesia nell’intimo sguardo delle madri, nello spazio dei fili e dei respiri

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Màder de fii e de respìr. E’ una gran fortuna per me avere persone vicine che  interpretano la vicinanza come lo star bene compagni di viaggio per un verso dove, propensi all’azione comune e riconoscenti per ciò che insieme, facciamo accadere. Con Ivo Lizzola succede così, e questo è ragione di intensa fraternità fra noi.  E’ così che Fìi (Fili, la mia poesia di questa settimana) e i suoi pensieri  sono un raccontare giocato insieme, nello spazio tempo dell’intimo sguardo delle madri, dei fili e dei respiri. E con un grande rispetto.  Tutti e due, noi, in questo posto abbiamo sospirato e ri-detto: mama.

Grazie Ivo e un abbraccio.

 

FÌI

A l’vé ’l momènt
che öna màder
la turna ’nvèrs ai fìi
di  sò s-cècc.
 
La ga dà ’ndré la us
ö bisbile de orassiù
sö ’l bianch desmentegàt
di sò lècc.
 
Co i caèi in ùrden
 del convègn
e i mà co ’l sò ritègn
la tègn sö ’l fiàt
a di ’nsògn
dientàt vècc.
 
La starà lé
fina che i pórta
’l sègn
e ’l sò cantà desligàt
sö la culma
di tècc.

FILI

Viene il momento
che una madre
ritorna verso i fili
dei suoi figli.

Gli restituisce la voce
un bisbiglio di preghiera
sul bianco dimenticato
dei loro letti.

Con i capelli in ordine
dell’appuntamento
e le mani con il loro ritegno
regge il fiato
a dei sogni
invecchiati.

Starà lì
finché portano
il segno
e il loro cantare slegato
sul colmo
dei tetti.

da In del nòm del pàdered. Teramata 2014
da Resistènse, ed. Interlinea 2016

Le madri non sono come i padri. I padri a volte fuggono. Quando non fuggono e quando accettano di essere resi padri dai figli, allora accompagnano, tracciano solchi, provano, attestano e indicano.
Poi, più avanti, inviano, e lasciano andare. Come i passatori: e i figli e le figlie vanno di là, seguendo i loro fili. Quel che curano i padri è il lascito: compiono consegnando i loro fili.

Sono i figli e le figlie che lanciano oltre  i loro propri fili, che tessono le loro tele, che intrecciano disegni, che ne vivono lacerazioni, e ne provano rammendi. Ridisegnando memorie e nostalgie, provando slanci liberatori, reinterpretando e tradendo i lasciti. A volte ritrovandone i segni.
Le madri, invece, non sanno fuggire: le rare volte che lo fanno non ne reggono il peso. I fili delle figlie e dei figli una madre li trova subito intrecciati ai suoi, e li vede danzare nei piccoli gomitoli d’inizio, li osserva arricchirsi, arruffarsi, avvolgersi.
Custodisce quei fili, così suoi e così altri, e ascolta il loro vibrare, la madre, e il loro fragile sussurro, i sussulti, l’annuncio ancora in bozzolo.

I giorni e gli anni svelano i percorsi, gli improvvisi intrecci, le traiettorie possibili. E vedono le fratture, i silenzi e le grida strette tra i denti, le solitudini dolorose. Non più appoggiate sui letti bianchi d’infanzia, dove giungevano, sobrie e pacate, le carezze materne.
Nei cuori delle madri, nella parabola del tempo, resteranno serbate le intuizioni (e i primi racconti) di fili lanciati dai figli: quelli tentati e avventati, quelli lacerati e interrotti. Quando i figli ne pagheranno il prezzo, o staranno su equilibri incerti, starà alle madri riprenderli e avvolgerli, in fili spezzati, nei rosari e in preghiere cantilenanti e senza frattura, ancorate alle certezze del cielo. Le madri non serbano mai solo una vita.

La madre è restata ferma nella speranza e nell’amore, anche quando avrebbe voluto gridare il suo avviso: è stata capace solo di silenzio e sguardo, poi di presenza. Quella alle ferite, anche alla pena, al “risentimento tragico della vita” di cui scrive Miguel de Unamuno.
La madre viene scossa, ma resta composta, dignitosa nel suo silenzio di fedeltà, nella tenerezza ferma dell’abbraccio, nel riserbo dei ricordi, nella cura della attesa tenuta aperta, ancora.

Le madri anche in là negli anni attendono i figli e le figlie come a nuovi appuntamenti, a nuovi respiri; i sogni non invecchiano, sono sospesi più in alto del lavorio del tempo. In mano tengono i fili più sottili e preziosi, quelli della luce d’infanzia, della seta  lasciata dalla crisalide.
Fili d’aurora ed alba, promesse buone e auguri d’orizzonte. Tornassero i figli alle madri, a ritrovare l’infanzia!
i. l.

(Julia Kristeva in J. Kristeva, Il loro sguardo buca le nostre ombre, Donzelli, 2011,pp 82-84)
“L’ipotetica “madre sufficientemente buona” che alberga in ognuna di noi senza necessariamente prendere la parola, e di cui cerco di completare il ritratto, continua a scoprire e ad accompagnare la singolarità, ovvero l’estraneità del suo bambino: allo scopo di permettergli non di riuscire al suo posto, ma di “riuscire”  in quel che è sconosciuto a entrambi. In altre parole, cerca di assicurargli le condizioni di cui ha bisogno per costruire la sua libertà: di “lasciarlo a briglia sciolta”, se vuoi, dandogli il suo aiuto, ogni qualvolta ne ha bisogno.
Per dirla ancora diversamente, la maternità simbolica così come la intendo io è un costante processo di adozione di estraneità. È un costante sbocciare, nel senso che Colette, la grande scrittrice francese, dava all’amato termine floreale: il perpetuo rinnovarsi, una cascata di sorprese nella vita del corpo e della mente. Nel bene e nel male.
la madre che “guarda, sorride e dimora nello sguardo” del neonato, di cui tu parli, preferisci non pensare al “male”.
[….]
Ma, per resistere nella durata della vita e con la verità dei corpi desiderosi e assassini, la madre non si limita alla contemplazione. Instancabile, intuisce, inventa, trascende se stessa: senza saperlo, senza poterlo dire, lasciando parlare al suo posto il sacerdote, il dottore, lo psicologo. In questo indicibile accompagnamento di quel che esula dalla norma e dall’ideale – al di qua e al di là, per difetto o per eccesso, malattia o geni – guida il bambino nel processo che lo porterà a diventare la persona unica che è ognuno di noi, che sfugge (chi più, chi meno!) al giogo materno e, con qualche fortuna, alla norma sociale stessa. In questo risiede il mistero della maternità: scovare, proteggere, risvegliare il diverso perché sia riconosciuto e condivisibile. Se è “sufficientemente buona”, una madre sa grazie a un sapere inconscio che resterà con quello stesso sguardo e allo stesso posto “qualunque cosa accada”, forse “nel male” per colui che non sarà più lo stesso “bebè ideale” o “bambino re”, ma sempre benvenuto: affinché lo riconduca alla vita e al mondo seguendo continue nascite.”

Ivo Lizzola è professore di Pedagogia sociale e di Pedagogia della marginalità e della devianza presso l’Università degli Studi di Bergamo.

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