Sö l’ös: Ol sparavér de ruch a primaéra. Lo Sparviero di ronco a Primavera

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Capita che vi sia una pur corta fascia temporale, tra il venerdì e sabato della settimana, in cui il rapporto tra me e questa rubrica è attraversato dall’incarognirsi del senso del dovere che si posta sömmia sulle spalle e spilucca fastidioso,  e da una indolenza attiva (ascadésia) composta dai dubbi, incertezze e timori sulla ragione di un appuntamento con connotazioni così cadenzate e ravvicinate; insomma, mi vien da dire che  a stó mia sö franch, parafrasando ol farfalì dell’Umberto Zanetti. Magari dura solo qualche ora, è tendenzialmente depressivo, ma produce sempre qualche cosa, che quasi sempre, poi, riconosco come figlioletto……

Ghè n’ó mia òia! Non ne ho voglia, e così scappo sul Rena, il monte della mia casa che come un gigantesco seno da secoli fa da rude balia al mio paese; scappo su, nei boschi, quelli veri oltre i ronchi bassi, loro si travestiti da boscàm e röéda (boscame e rovo) e posti da biscioni instupiditi destinati allo spiattellamento sulla vecchia provinciale di valle. E’ in questo  molteplice imboscarsi che l’altro giorno l’ho visto, anzi l’ho rivisto, più o meno nello stesso posto, ol sparavér (lo sparviero), che volava basso sul bosco e quando mi e passato sopra la testa gli ho riconosciuto il disegno regolare delle penne a strisce quasi alla Mondrian ma di valle bassa, con poco verticale….

E’ stato nel chiedermi che cosa pensasse, lo sparavér, vedendomi nella ciarèla del bosch (radura, chiaria), che ha risuonato  il racconto che al primo incontro mi aveva fatto e la poesia che ne era derivata; non so se era lo stesso sparavér incontrato pochi anni fa (possibile), o un suo figlio (possibile), ma, il rinvenire della sua poesia e la decisione di proporla nella rubrica, mi ha permesso finalmente di strangolare la sömmia di fare pacecon l’ascadésia, dell’impegno e della voglia. Il pensiero è che questa poesia me/ve la dico tutta nuova un’altra volta, o almeno, che è questa la mia speranza…

E’ incoraggiante e di calore Franco Loi quando dice che:…..la poesia è importante perché attraverso essa noi diamo valenza a qualcosa che magari non sarebbe stato neanche notato, e possiamo essere certi che, qualsiasi cosa facciamo o diciamo, c’è chi l’ascolta. Perché c’è qualcuno che ha dentro di sé, quel mondo, quelle esperienze, quelle emozioni del mondo. Allora il nostro atto d’amore diventa importante anche per gli altri, perché consente loro di allargare la loro propria coscienza, il campo della loro propria possibilità emozionale, di ampliare la visione. …… Il verso perché si chiama “verso”? E perché il mondo si chiama “universo”? “Universo” significa che tutto va verso l’unità, “uno” – “verso”, cioè l’espressione del movimento “verso”. Verso l’unità delle cose, e il poeta sa perfettamente che tutte le cose sono in relazione fra loro, le cose lontane e le cose vicine, tant’è che una delle grandezze della poesia è l’accostamento delle cose più disparate, apparentemente lontanissime eppure messe insieme in modo plausibile. Entrare in rapporto con le cose attraverso un verso significa anche che mi muovo “verso” l’altro. La direzione di un verso è quindi nella direzione del proprio essere, dell’altro e di Dio. Perché quando nasce la parola “verso” e si parla dell’ “universo” si parla, in fondo, dell’unità di tutte le cose in Dio….

Lo sparviero è un piccolo rapace di bosco, ama cacciare tra i cespugli, nel fitto della vegetazione o nella boscaglia. Le sue prede naturali sono ogni sorta di passeracei oltre ai tordi, merli, picchi, gazze, ghiandaie, ma anche lucertole e topi se serve……

OL SPARAVÉR DE RUCH A PRIMAÉRA.

OL SPARAVÉR DE RUCH A PRIMAÉRA

Mia töce  i ale i vàl ol somnà
se òrbe nìole de gèss
i ’ncióda cröste
de invèren i-scatarùs
e i sfrisa i öcc
e i ’mpresùna pène
e i rösnéss
sö i mucc
i crus.
 
Mia töcc i sgùi
i gh’à ’l sò cridà
gna i  ’nsègne de pass
o i desmöèste us.
 
Ó tendìt
l’udùr del cròv sö la soméssa
e tüso fiónda  celèsta
só stàcc vendèta del regói.
 
Ó biìt
i ónge  di bréch e cristài
e de stórta banda tra i bass remòi
ol sangh del sorèch
e ’l prim trifòi.
 
Ó rescüdìt
de làder
la sit.
 
I sa ’ntrènda i éne di ruch
a ö sul de mas e sberlöge spetàde
e ’l róss di serése
l’intìrla i pedàgn
e  i geràgni  sgörlécc da i ringhére sligade,
fiöi o ’nsògn
rösche zùene che müda
al rumùr
del gróp de la it.
 
Tóca a mé fa ‘l vènt
acassibé che ’l cör
a l’sées ö plòch de rìa
malpundìt.

LO SPARVIERO DI RONCO A PRIMAVERA

Non tutte le ali valgono il seminare
se orbe nuvole di gesso
inchiodano croste
d’inverno catarroso
e sfregiano  gli occhi
e imprigionano penne
e arrugginiscono
sui monti
le croci.

Non tutti i voli
hanno il loro gridare
né i cenni di passo
o le smosse voci.

Ho guatato
l’odore del corvo sulla semente
e come fionda celeste
son stato vendetta del raccolto.

Ho bevuto
le unghie delle balze di roccia e cristalli
e  clandestino tra i bassi disgeli
il sangue del sorcio
e il primo trifoglio.

Ho riscosso
da ladro
la sete.

Si inteneriscono le vene dei ronchi
a un sole di maggio e sguardi aspettati
e il rosso delle ciliegie
imbruna le gonne
e  i gerani sgocciolanti dalle ringhiere slegate,
figli o sogni
cortecce giovani che mutano
al rumore
del nodo delle viti.

Tocca a me fare il vento
sebbene il cuore
sia un sasso di ripa
malriposto

da Us de ruch
edizioni LietoColle 2010
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