Srebrenica. Per non dimenticare. Un viaggio

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A Srebrenica, nella Bosnia nord-orientale, quella mattina faceva caldo, molto caldo. Era l’11 luglio del 1995 e, qualche giorno prima, centocinquanta caschi blu olandesi avevano lasciato incustodita la città che, da tre anni, era cinta d’assedio dalle forze serbe del generale Ratko Mladic.

La strage

Due anni prima, nel marzo del 1993, Srebrenica – la città dell’argento, così veniva chiamata – era stata proclamata “per forza” enclave delle Nazioni Unite in virtù della risoluzione 819. “Per forza” perché, dopo 11 mesi di assedio senza che la comunità internazionale si muovesse, solo il momentaneo sequestro del generale francese Philippe Morillon da parte delle donne della città costrinse l’Onu a proclamarla “zona protetta”. Per far sì che la risoluzione fosse rispettata, venne inviato uno sparuto drappello di caschi blu: 150 soldati, dapprima canadesi, poi olandesi, che si segnalarono soprattutto per il disprezzo verso la popolazione. Tanto che la mattina dell’11 luglio , quando venne sferrato l’attacco finale, neppure un colpo fu sparato dai soldati dell’Onu, che abbandonarono le loro posizioni, le armi, persino i cingolati e le uniformi, per riparare nella propria base. Così, senza che la comunità internazionale muovesse un dito, 40.000 persone furono lasciate nelle mani delle forze serbo-bosniache e dei paramilitari, che separarono le donne e i bambini dagli uomini considerati in età militare (dai 12 ai 70 anni), deportando i primi e massacrando in una decina di giorni di sangue i secondi, come pianificato a tavolino.

Anche una parte delle donne, le più giovani, pagò con la vita, dopo aver subito lo stupro, sempre sotto gli occhi dei caschi blu. Secondo la Croce rossa internazionale, almeno 7.500 maschi bosniaci con un cognome musulmano sono stati massacrati a Srebrenica; le famiglie denunciano la scomparsa di 10.701 persone, ma c’è chi parla di 12.000 morti. Oltre 4.000 corpi esumati  e chiusi nelle celle frigorifere hanno aspettato per lungo tempo i risultati dei test del Dna eseguiti a Tuzla per essere ufficialmente identificati: un compito particolarmente difficile, anche perché negli anni successivi alla strage i responsabili del massacro hanno fatto di tutto per nascondere le prove, svuotando molte fosse comuni originarie (primarie) e riseppellendo i cadaveri frazionati in più fosse comuni (secondarie) disseminate in un arco di 50 chilometri da Srebrenica.

Alla ricerca di tracce

Penso a tutto questo mentre, a pochi chilometri da Srebrenica, entro al Memoriale di Potocari, il luogo dove hanno sepolto i corpi. Il cimitero si affaccia sulla strada: è enorme, disteso in una conca tra la strada e le prime colline. All’ingresso la bandiera della Bosnia, blu e gialla. La Moschea è a cielo aperto. Le lapidi di colore verde sono appoggiate su mucchi di terra fresca. Sotto, i corpi.  Sulle lapidi – molte delle quali portano una sebha, la corona di grani del rosario musulmano che si sgrana recitando i nomi di Allah – tutte le fasce di età sono comprese: dodici, quattordici, venti, cinquant ‘anni, anche più anziani. Attorno a Srebrenica (che oggi conta quindicimila abitanti) ci sono i boschi dove, ventiquattro anni prima, molti tentarono di scappare. Il sindaco della città mi dice che sono ancora pieni di scarpe, forchette, coltelli, brandelli di indumenti sparsi ovunque, come se il tempo si fosse fermato a quei giorni precedenti e successivi l’11 luglio 1995. Mi spiega che molte persone lasciavano volontariamente capi di abbigliamento per lasciare una traccia del loro passaggio con la speranza che qualche familiare, dal quale avevano dovuto separarsi, avrebbe potuto riconoscere.

Idemo dalje

All’ingresso del Memoriale la guida serba mi dice, risentita, di non cadere nella trappola della propaganda. Mi ripete che la guerra ha avuto vittime e carnefici da entrambe le parti e che a Skelani, un villaggio a non molti chilometri di distanza, è stato inaugurato un Memoriale per le vittime delle forze musulmane, con incisi i nomi di 301 civili serbi uccisi tra il 1992 e il 1993.

Insomma, un passato che non passa, una storia che ha attraversato violentemente un’Europa che – dopo gli orrori della Shoah e della seconda guerra mondiale – si pensava oramai immune e lontana da parole come genocidio e pulizia etnica, un conflitto che ha visto salire sul palcoscenico tre gruppi nazionali che volevano rifarsi – e giustificarsi  – con le fedi e le confessioni di appartenenza: i croati (cattolici), i serbi (ortodossi) e i bosniaci (musulmani).

Oggi sulle ceneri della ex Jugoslavia – mosaico complicatissimo su cui Tito aveva inventato un’ingegneria istituzionale piena di categorie e sottocategorie per tenere appiccicate realtà diverse che hanno resistito fino al crollo del comunismo – ha trovato spazio anche la Bosnia, un piccolo stato che conta tre milioni e mezzo di abitanti (ma sono tantissimi coloro che durante gli anni della guerra sono andati a vivere all’estero). L’attuale Bosnia è divisa in due entità amministrative, la Federazione di Bosnia-Erzegovina (FBiH) e la Repubblica Srpska (RS); due mondi paralleli, quattro confessioni (musulmani, cattolici, ortodossi, protestanti), tre lingue diverse e tutte e tre ufficiali: il bosniaco, il serbo e il croato. Tre gruppi obbligati dagli accordi di Dayton (novembre 1995) a convivere insieme. Nonostante tutto.

Dayton – mi dice Mladen Grujicic, il giovane sindaco di Srebrenica, il primo di origine serba – ha offerto una risoluzione del conflitto ma purtroppo non la risoluzione delle ragioni che hanno mosso al conflitto. “Idemo dalje”, noi andiamo avanti.”

Che cosa vuol dire andare avanti oggi, a Srebrenica?, gli chiedo.  “Significa continuare con le attività che abbiamo avviato per costruire e restituire la fiducia, al di là di tutto quello che è successo. Andiamo avanti è il nostro dovere di continuare, di andare oltre, senza dimenticarci del nostro passato tragico.” Andare avanti è difficile. Soprattutto in un paese come Srebrenica dove vivono fianco a fianco sia un musulmano che è stato in un campo di concentramento, sia quello che fu il suo aguzzino e che lo picchiava tutti i giorni. E siccome Srebrenica è poco più di un villaggio, ognuno sa tutto di tutti. Passato e presente. Chi ha dei trascorsi in guerra conosce e riconosce nel suo vicino chi stava dall’altra parte. Può capitare che il tuo vicino di casa abbia ucciso un tuo familiare. E la tensione si avverte, è innegabile.

Serbi e musulmani non si frequentano, hanno locali e luoghi di aggregazione diversi, a partire dai punti di riferimento religiosi, che sono la chiesa ortodossa e la moschea. Lo ha scritto con lucidità Ivo Andrec, premio Nobel per la letteratura:

Nessuno può immaginare che cosa significhi nascere e vivere al confine fra due mondi. Conoscerli e comprenderli ambedue e non poter fare nulla per riavvicinarli, amarli entrambi e oscillare fra l’uno e l’altro per tutta la vita. Avere due patrie e non averne nessuna, essere di casa dovunque e rimanere estraneo a tutti. In una parola, vivere crocefisso ed essere carnefice e vittima nello stesso tempo.

Una pace fragile

Mentre viaggio verso Sarajevo parlo con Halem, un giovane bosniaco. Mi racconta che molti hanno fatto i soldi durante la guerra utilizzando gli aiuti umanitari per rivenderli, a caro prezzo, al mercato nero. In questo modo, si sono arricchiti fuori misura e hanno avuto capitale sufficiente per usufruire dei vantaggi di quella che in Bosnia viene chiamata la “falsa liberalizzazione”.

In pratica, dopo la dissoluzione del regime comunista e l’instaurazione della repubblica bosniaca il governo – per far cassa – ha messo in vendita gran parte del patrimonio architettonico e industriale del paese. Ad una condizione: gli acquirenti dovevano anticipare il 33% della spesa in contanti (e il resto in obbligazioni). I soldi li avevano soprattutto coloro che si erano macchiati di furti e angherie e quindi sono diventati i veri padroni della realtà economica del paese. Oggi in Bosnia un lavoratore guadagna tra i 300 e i 400 euro al mese. Il basso costo del lavoro e la mancanza di diritti e tutele sindacali spingono, sempre di più, grandi aziende straniere ad investire nel paese. Halem mi descrive, con precisione e rigore, un paese che non si è lasciato alle spalle la tragedia degli anni novanta. Un conflitto non elaborato, che ha lasciato infettare le ferite di una guerra entrata in ogni casa, che ha investito le identità culturali e nazionali ma che in realtà nascondeva i tratti di un imbroglio criminale e di potere.

Una verità che ci parla di un paese segnato dall’impoverimento crescente tanto che la Caritas internazionale qualche anno fa descrisse una realtà peggiore che nell’immediato dopoguerra, con la demolizione di quel poco che rimaneva di stato sociale che ha portato i settori più vulnerabili della popolazione (specie le persone anziane) in condizioni di indigenza estrema. E che pure non ci deve trarre in inganno, perché la Bosnia di oggi non è affatto un paese povero. Un paese di poveri, semmai. Nella liberalizzazione selvaggia sono infatti cresciute la criminalità economica, i traffici, gli affari delle privatizzazioni, i business legati allo sfruttamento delle risorse di un territorio ricchissimo d’acqua e di foreste e quello degli ipermercati, tipici esempi di un’economia finanziarizzata che trova nella regione balcanica un humusparticolarmente favorevole.

Sarajevo, città dell’urbicidio e della convivenza

Per capire tutto questo bisogna andare a Sarajevo, oggi una città con quasi  mezzo milione di abitanti. Sarajevo prima della follia della guerra era il simbolo di una convivenza cosmopolita, internazionalista, socievole, affabile, persino allegra: era una grande capitale europea che mescolava tratti orientali e occidentali, affascinante per questo. E poi, era soprattutto il simbolo di un intero secolo. Questa città è stata odiata con un accanimento comparabile soltanto con l’amore che avevano per essa i suoi abitanti e con il valore simbolico che aveva agli occhi del mondo.
E’ stato a Sarajevo che si è coniato il termine di “urbicidio”, cioè un’intenzione feroce, premeditata, metodica, prolungata di massacrare una città. Veniva proprio fatto di usare queste categorie, che in genere si usano per i crimini e le brutalità rivolte da una persona contro un’altra, come l’assassinio, la volontà di abbattere qualcuno.

Attraversandola oggi si vedono ancora segni di bombardamenti e fucilate sulle case ma anche tanta voglia di dimenticare tutto e di lasciare alle spalle ciò che è accaduto. Sarajevo è una città – ancora bellissima nonostante i 43 mesi dell’assedio – che riporta alla luce tempi di convivenza che paiono oramai lontani e sepolti. Per le strade crescono le donne con il velo anche se sono molte di più le ragazze giovanissime che di sera invadono la città e i suoi locali, vestono all’occidentale e che, quando parlo con loro, mi dicono di voler essere e assomigliare alle nostre. Mi raccontano che – durante e dopo il lungo assedio serbo, durato quasi quattro anni, dal 1992 al 1995 – tanti si sono avvicinati alla religione musulmana, ma, come spesso avviene in questi casi e in tutte le religioni, è un’appartenenza esibita come forma identitaria,  poco vissuta e praticata.

Prima della guerra, la ricca storia della città si manifestava nelle moschee, nei campanili delle diverse chiese cristiane, nei mercati e nel vecchio e pittoresco bazar turco. Il lungofiume era rimasto quasi inalterato dal 1914, data del fatidico assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando da parte del nazionalista serbo bosniaco Gavrilo Princip e pretesto per l’inizio della prima guerra mondiale. Settant’anni dopo, quando Sarajevo tornò a richiamare l’attenzione del mondo ospitando le Olimpiadi invernali del 1984, si potevano ancora visitare i luoghi del conflitto.

Per secoli a Sarajevo erano convissuti pacificamente musulmani, serbi, croati, turchi ed ebrei: una tradizione di tolleranza ridotta in cenere durante l’ultima guerra che ha provocato 10.000 morti e 50.000 feriti.

A più di vent’anni dalla fine della guerra, Sarajevo vuole dimenticare le sue ferite. Ogni sera, una folla di giovani si accalca nei caffè all’aperto e nei locali dove si suona tutta la notte. Sul vecchio Snaipers’ Alley, il Viale dei cecchini, il rischio è oggi quello di trovarsi imbottigliati nel traffico. Le case spettrali di Dobrinja, crivellate dalle mitragliatrici, sono tornate a essere le villette residenziali che erano, accanto al moderno aeroporto che collega la città con mezza Europa. Nell’Holiday Inn, un tempo quartier generale degli inviati di guerra, è difficile trovare una camera libera, le Torri Gemelle annerite e squarciate dai razzi, icona dell’agonia di Sarajevo assediata, sono state rivestite di lucenti vetri a specchio. Qualcuno aveva proposto che il grattacielo diroccato del giornale martire della città, il leggendario Oslobodjenje, diventasse una sorta di monumento all’assedio. Ma i lavori di ricostruzione hanno cancellato per sempre anche quella storica immagine.

A testimoniare ciò che è accaduto a Sarajevo, in quei quattro anni di incubo, restano le 10 mila croci e mezzelune nelle colline attorno alla città. Anche il famoso tunnel che ha salvato la città è in uno stato malridotto. Nel gennaio del 1993, in un quartiere periferico della città di Sarajevo, vicino all’aeroporto, si iniziò a costruire un tunnel. Partiva dalla cantina della famiglia Kolar. La loro era l’ultima casa del paesino di Dobrinja, a soli 400 metri dal fronte. Servirono quattro mesi per terminare l’opera. A partire dall’estate dello stesso anno il tunnel, lungo 800 metri, era divenuto di cruciale importanza per eludere l’assedio delle milizie serbe e per rifornire la città di tutto quello che serviva: beni alimentari, medicinali, armi. Veniva utilizzato anche nella direzione opposta, spesso per trasportare i feriti. Se inizialmente tutto veniva trasportato a spalle poi nello stretto passaggio vennero installate anche delle rotaie. Poi si “brevettò” un lungo tubo che collegava le due estremità e grazie al quale si riforniva la città di carburante. Un autobotte pompava da un lato, un’altra riceveva dall’altro. Non senza forti rischi, se uno dei due camion fosse stato colpito da qualche proiettile l’intero tunnel sarebbe saltato in aria.

Il futuro sono i bambini

Così mi dicono le suore, croate, del Bambin Gesù che curano l’orfanotrofio Egypta, fondato alla fine del diciannovesimo secolo. Distrutto dalla guerra, è stata inaugurato alcuni anni fa e ha ripreso la funzione di sempre: accogliere bambini.  Sono un’ottantina: “molti di loro hanno ferite molto profonde per via di quello che hanno vissuto. Noi qui cerchiamo di rimarginarle”, mi dice una religiosa. Tanti di questi bambini hanno perso i genitori durante l’assedio, altri sono stati tolti alle famiglie perché queste non erano in grado di provvedere a loro. Altri ancora sono colpiti da problemi come afasia, balbuzie, dislessia. Tutte conseguenze di traumi vissuti, fra cui frequente è quello di aver visto violentare la propria madre. “Non possiamo fare molto ma diciamo loro che qualcuno gli vuole bene, li accoglie. Che è possibile essere amati per quello che si è.”

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