Adolescenti senza filtri. Se alzare la voce diventa (quasi) un dovere

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Aggressività e violenza sono tratti sempre più evidenti nel nostro quotidiano. Amplificati soprattutto dai media, dove in particolare il linguaggio diventa becero e brutale. Oggi non esistono filtri, tantomeno censure. Molte parole (per meglio dire, parolacce) sono diventate quasi degli intercalari nelle conversazioni. Si è liberi di farcire l’eloquio con le espressioni più basse e scurrili, nel confronto con gli altri ci si sente in dovere di alzare la voce, vige la legge dell’urlatore più forte. Si grida davanti alle telecamere, si tende a far proclami tendenzialmente vuoti di sostanza e per questo motivo imposti con veemenza.

Violente sono immagini e situazioni contenute nei social, nei videogame, nelle serie televisive tanto amate dai nostri teenager. Gli scenari distopici incontrano il favore del pubblico (anche di quello adulto), come pure le ambientazioni criminali o malavitose. I protagonisti assumono la posa del supereroe di turno, naturalmente mettendo in mostra le proprie qualità negative. Anche i personaggi televisivi più maleducati e dissacranti sono quelli a cui il pubblico più si affeziona. Il modello positivo è piatto, noioso, non coinvolge, non piace.

Nei giovani soprattutto è singolare osservare l‘alternarsi di stati di apatia acuta a momenti di esaltazione becera. Viene da pensare che si avverta di tanto in tanto la necessità di procurarsi emozioni forti per uscire da un paludoso torpore.
La sovraesposizione generale ad atmosfere dove violenza e aggressività vengono raccontate come fossero la “normalità” contribuisce sicuramente all’esasperazione anche di alcuni comportamenti sanzionabili di una parte degli adolescenti.

I dati raccolti negli ultimi anni ci dicono che la percentuale dei ragazzi di età compresa fra i 13 e i 19 anni che assumono atteggiamenti aggressivi all’interno del proprio nucleo familiare, a scuola, o nei confronti dei propri pari è in allarmante aumento. In alcuni casi anche come conseguenza dell’abuso di alcol o sostanze psicotrope che esasperano pesantemente la negatività di alcune reazioni.

A volte la cronaca riporta episodi drammatici e anche assurdi che ci lasciano increduli, come i recenti fatti di Manduria o le aggressioni avvenute a scuola a danno di alcuni professori.

Anche nelle relazioni sentimentali pare forte l’impatto di alcuni atteggiamenti violenti, non solo dal punto di vista fisico ma anche rispetto alla sfera psicologica. Sono in crescita le segnalazioni e le denunce di ragazze stalkerate, o perfino aggredite, da fidanzati che nel tempo si rivelano molesti.

Le violenze che si consumano all’interno delle pareti domestiche, spesso a danno del genitore più debole o dei membri della famiglia più indifesi da parte dei componenti adolescenti, restano frequentemente occultate. Non se ne parla, non si denunciano anche quando ci sarebbero gli estremi. In alcuni casi si tratta di veri e propri maltrattamenti e di percosse. Si tende a difendere i propri figli, anche quando diventano pericolosi.

Il fenomeno chiede sicuramente una riflessione e anche un rimedio urgente. A parte la corretta valorizzazione del dialogo all’interno delle famiglie, e anche delle altre comunità educanti, sarebbe opportuno soffermarsi proprio sulla funzione mediatrice e dialettica delle parole. Attraverso le parole, quelle giuste e non quelle urlate e volgari, ci si può intendere e conoscere soprattutto.

Ma oggi questo aspetto viene trascurato, e non solo dai giovani. Si predilige la comunicazione veloce, frammentata, simultanea e superficiale. Soprattutto si offre spazio a ciò che provoca in noi stupore e non a ciò che ci sollecita l’approfondimento.
Questa nervatura violenta che avvolge l’attuale sistema sociale rende tutti più nevrotici e portati a esternare sentimenti di intolleranza, in questo neppure la politica (che nel tempo antico aveva dignità di arte) ci aiuta.

Restiamo tutti, quindi, in perenne agitazione e angosciati da un mondo che percepiamo inconsciamente come minaccioso.

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