Elogio della rabbia: se gestita bene può essere motore del cambiamento

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“Facili all’ira sopra la terra /siamo noi di stirpe umana” scriveva Omero, e non necessariamente questo è un male: dalla rabbia, infatti, nascono spesso la volontà di cambiamento e la forza per realizzarlo.
In questi giorni di buio alcuni commentatori sui giornali hanno rivendicato il diritto al sentimento dell’odio e alla libertà di esprimerlo: questa, a nostro parere, è una cosa molto diversa. Se la rabbia, infatti, è un’emozione che può diventare, se ben gestita e incanalata, uno stimolo positivo, l’odio, all’opposto (che a differenza della rabbia, temporanea, è un sentimento tenace), non porta nulla di buono, si traduce anzi in una manifestazione di debolezza.

Non è assolutamente giustificabile usare le parole come strumento di aggressione verbale nemmeno nelle conversazioni “da bar”: le parole sono come pietre, le parole portano conseguenze, provocano ferite, a volte uccidono. Azioni e gesti d’odio – in qualunque contesto, sul web come nella vita reale – generano inoltre un clima sociale “malato”, in cui manca la capacità di ascoltare, di pazientare, di mettersi nei panni nell’altro, di accettare che esistano ragioni migliori delle proprie.

Può essere d’aiuto nella riflessione un libro di Salvatore La Porta “Elogio della rabbia” (Il Saggiatore), secondo il quale “Viviamo tempi bui. Da sempre. Invidia, rancore, oppressione e gelosia assorbono le nostre energie come una spugna, lasciandoci esausti e rassegnati davanti ai nostri infiniti fallimenti. Un lavoro che non ci soddisfa e il nostro capo che non la smette di umiliarci. L’amore che ci piega con le sue malsane incomprensioni, spingendoci a immaginare mille amanti. Nel frattempo, il telegiornale ci sbatte in faccia vittime e morti di guerre che non capiamo e i partiti politici si fanno forza sparando proiettili di odio verso il nemico, l’intruso, lo straniero”. I social network diventano sfogo e ricettacolo degli istinti peggiori: “Basta galleggiare per qualche secondo nell’abisso di Facebook, scansando le foto di gattini, per rendersi conto di quanto il mondo sia violento: i commenti sotto i post sono un tripudio di offese e auguri di morte, di razzismo e sessismo; legioni di annoiati e troll si compattano, fanno gruppo per spruzzare sugli altri tutta la loro anonima bile”. La rabbia, però non dovrebbe essere questo, spiega La Porta: “E’ un sentimento luminoso, carico di coraggio, di speranza, che ha permesso a popoli oppressi di conquistare la libertà, a uomini e donne cresciuti ai margini del mondo di diventare santi, artisti, presidenti, e a migliaia di volenterosi di dare voce, ogni giorno, alla loro protesta d’amore”. Perché possa esercitare una funzione positiva, però, è necessaria un’attenta educazione delle emozioni, un aspetto spesso trascurato: anche per questo il confine tra la libertà di espressione e la violenza verbale, evidentemente, continua ad apparire a molti incomprensibile. Bisogna ripartire dalle radici: dal rispetto, dalla responsabilità, dal buon senso. Altrimenti la vita stessa perde valore, e qualunque cosa, qualunque evento avverso, può spingere a scagliarsi contro gli altri per sfogare le proprie frustrazioni, con l’illusione di cancellare i torti subiti. La Porta invita “a scrollarci di dosso la catasta di preoccupazioni, ossessioni e isterie che bruciano le nostre vite; ad abbandonare quel bisogno di controllo che esercitiamo verso tutto e tutti – i nostri figli, la nostra poltrona, il telefono della persona che amiamo –; e, infine, a trasformare quell’energia repressa in un’arma per difendere e riconquistare il futuro. All’insegna della giustizia, però, e non del sopruso. In un coro umano che non si faccia confondere da un esercito improvvisato di solitudini avvelenate.”

E se ancora non basta, si può attingere al “Manuale di un monaco buddista per abbandonare la rabbia” (Vallardi). Per quanto lontano dalla nostra cultura e dalla nostra visione del mondo, questo libro è utile per esplorare la natura e le conseguenze della rabbia: “Offrendo un’illusione di forza, essa esercita sull’animo uno stimolo molto più intenso del senso di appagamento. Più ce ne serviamo però, più la sua energia aumenta trascinandoci in una spirale di negatività”. La rabbia, aggiunge l’autore, è intimamente connessa al dubbio e al desiderio. Una mente dominata dalla rabbia si allontana dalla realtà ed è destinata a vagare nel dubbio, e il dubbio genera il desiderio. Ma il desiderio «si svuota nel momento stesso in cui viene appagato» e genera a sua volta infiniti pensieri negativi. Con linguaggio semplice e chiaro, senza l’obiettivo di «convertire» il lettore al buddhismo, l’autore propone suggerimenti utili a spezzare questo circolo vizioso e controllare i pensieri negativi in modo da non fare del male a noi stessi e a chi ci vive accanto.

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