Grazie, Maestro. In memoria di Luciano Rovaris. Maestro di musica e di stile

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Foto: la parrocchiale di Grumello del Monte

Ci ha lasciati un uomo grande. È stata questa la mia percezione immediata al messaggio di don Angelo, parroco di Grumello, che mi comunicava la scomparsa improvvisa del Maestro Luciano Rovaris, direttore della corale parrocchiale di Grumello del Monte, padre di Corrado, già maestro alla Scala di Milano negli anni di Riccardo Muti, da anni direttore stabile dell’Opera di Philadelphia (USA), di Marco, anch’egli musicista conosciuto nelle nostre zone, e Gloria, vicaria della Dirigente presso l’Istituto Comprensivo di Grumello e Telgate.

In punta di piedi

Un profondo dispiacere mi ha preso alla notizia della sua morte, giuntami in Trentino, dove mi trovavo con gli adolescenti di Grumello. Penso a quest’uomo minuto, sempre col sorriso, che entrava in punta di piedi in sacrestia. “Buon giorno don Alberto! Come va? Cosa cantiamo oggi?”; poi, immancabilmente: “Mi saluti il papà… si ricorderà di salutarmelo vero?”. Aveva conosciuto mio papà quando lavorava all’allora USL e mio padre era agli inizi della professione medica, ormai quasi quarant’anni fa.

Era un uomo di una delicatezza oggi rara da trovare. Di lui mi colpivano due aspetti: l’umiltà e la fede. Ho presentissime le chiacchierate con lui, soprattutto nei giorni in prossimità del concerto di Natale con la corale, cui teneva molto. Le sue competenze erano importanti ed attestate, era diplomato al conservatorio; curava minuziosamente ogni dettaglio delle prove e delle esecuzioni musicali. “Sa don Alberto, i nostri coristi sono volontari, non hanno studiato musica, ma ci mettono tanto tanto impegno. Sono bravi don Alberto, sono bravi e mi danno soddisfazione anche se io a volte li richiamo un po’… cerco di aiutarli, così come posso”.

Mai da quest’uomo ho udito parole di superbia o ho visto atteggiamenti che avessero finalità diverse dalla glorificazione di Dio nella liturgia con il canto e la musica. Al momento della comunione scendeva dall’organo, si collocava ai gradini dell’altare e con tanta devozione accoglieva il corpo di Cristo, per poi tradurre il suo grazie con la musica che le sue mani producevano sulla tastiera dell’organo.

“Vieni, Maestro di Vangelo”

Si, Luciano Rovaris era degno del titolo che gli apparteneva: Maestro. In fondo, non si è maestri solo perché si possiede un titolo accademico in ambito  musicale ad attestazione di studi avvenuti, ma lo si è nella misura in cui si ha qualcosa di buono da insegnare con la propria vita. Non basta sapere, per essere buoni maestri. Luciano Rovaris è stato maestro con la “M” maiuscola, perché ci ha insegnato la bellezza del fare dono di sé con la poesia e la profondità proprie della musica. In punta di piedi entrava in sacrestia, in punta di piedi è tornato alla casa del Padre, pochi giorni dopo aver suonato all’ultimo funerale in parrocchia.

Mi piace pensare che, arrivato in Paradiso, sia stato accolto dai cori degli angeli. Giusto il tempo di verificare se “andavano a tempo”, come si dice in musica e, giunto di fronte al Creatore, avrà detto, con il suo splendido sorriso: “Mi hanno chiamato all’ultimo… senza preavviso, ma sono arrivato!”. E Dio gli avrà detto: “Vieni, Maestro di Vangelo. Dirigi il coro di chi ha creduto e ha dato testimonianza all’amore!”.

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