I credenti, piccolo gregge e l’attesa del Signore, tra frenesia e stanchezza

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In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno.
Vendete ciò che possedete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore (vedi Vangelo di Luca 12, 32-48).

Il brano evangelico è tutto percorso dal tema dell’attesa. È noto come in molte comunità cristiane primitive serpeggiava un’attesa febbrile del ritorno del Signore. Il Risorto era tornato presso il Padre, nella gloria. Ma sarebbe riapparso nella storia, glorioso, a giudicare tutti gli uomini. Era l’attesa degli “ultimi eventi”, gli “escata”.

La stanchezza dell’attesa

Luca, dei quattro evangelisti è quello che sente di più il peso del tempo che passa: l’ultimo ritorno del Signore ci sarà, ma non si sa quando e si sa ormai che non è subito. Il rischio, nel frattempo, è che, nelle comunità cristiane, dopo la febbre dei primi tempi subentri l’accidia, la delusione: insomma, che si smetta di attendere.

Il brano di oggi punta tutto sulla necessità cruciale che si continui ad attendere il ritorno del Signore. Luca “ricama” sul tema attraverso tre parabole. La prima. Il ritorno del Signore sarà come quello del padrone di casa che rientra dopo una festa di nozze. Se i servi saranno rimasti svegli ad aspettarlo, lui, il padrone di casa, si metterà a servire i suoi servi, diventerà il servo dei suoi servi. La seconda. Il ritorno del Signore sarà come l’arrivo di un ladro, inatteso, soprendente: nessuno aveva potuto prevederlo. La terza. Sarà come per un amministratore dei beni della casa: il proprietario potrà chiamare a rapporto quando vorrà e l’amministratore dovrà essere pronto a presentare bilanci e organizzazione della casa.

La prima parabola sembra soprattutto offerta per rassicurare: il Signore accoglierà che ha saputo accoglierlo. Ma arriverà quando meno lo si aspetta, come un ladro. Intanto chi, nella casa, ha delle mansioni deve svolgerle assiduamente, amorosamente, con lo spirito del servizio, come il Signore che, durante la cena di addio, ha lavato i piedi ai suoi amici per insegnar loro che chi è primo deve diventare ultimo e chi governa deve servire.

Siamo un gregge, sempre più piccolo

Siamo un piccolo gregge. Piccolo, sempre più piccolo. E tenuto insieme non da noi, ma dal pastore che ci guida. Oggi soprattutto stiamo imparando che la nostra forza non sta in noi, ma in colui che aspettiamo. Siamo i precursori. La nostra gioia sta nell’indicare lui, solo lui.

Non solo ma, mentre tutti sono assorbiti dal presente, dalle sue guerre, dai suoi scontri, dalle sue passioni, noi vogliamo continuare ostinatamente ad annunciare che non è il futuro che dipende dal presente, ma il contrario: il nostro presente prende luce dal futuro che stiamo aspettando. Siamo non solo il popolo delle beatitudini, ma anche il popolo della speranza. Siamo beati, infatti, perché saremo consolati, non da noi, ma dal Signore che arriverà un giorno, radioso da una festa di nozze e si metterà a imbandire la tavola per noi.

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