Addio a monsignor Franco Cuter, un pastore che sapeva coltivare orizzonti di speranza

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«I problemi politici, economici, sociali sono davvero tanti in Brasile. Nonostante ciò, io vedo tante luci di speranza nel futuro di questo immenso Paese e del suo cattolicesimo». Così raccontava, all’indomani del suo ritiro dalla diocesi di Grajaú, il vescovo Franco Cuter, dell’Ordine dei Cappuccini, morto a 79 anni nella tarda serata di sabato 28 settembre nell’ospedale di Varese, dove era ricoverato. Per trentacinque anni ininterrotti era stato missionario in Brasile, di cui diciotto come vescovo di una diocesi vastissima. Con umiltà e passione apostolica, ogni giorno ha testimoniato il suo essere pastore del popolo che gli era stato affidato, soprattutto gli indios, che visitava anche risalendo i fiumi con barche o canoe. Era nato a Gazzaniga il 28 luglio 1940. Nel 1957 era entrato nel noviziato nel convento cappuccino di Lovere, proseguito poi in quelli di Cerro Maggiore e Cremona. Aveva emesso la professione religiosa perpetua a Bergamo nel 1961. Concluso il percorso teologico a Milano, dove venne ordinato sacerdote il 26 marzo 1966, aveva concluso gli studi a Roma con la laurea in Teologia all’Antonianum e poi a Milano con laurea in Filosofia alla Cattolica. I superiori gli avevano subito affidato l’incarico di docente nel Seminario cappuccino di Varese. Nel 1982 ottenne dai superiori di essere inviato nelle missioni cappuccine in Brasile, dove divenne parroco e ricoprì anche l’incarico di viceprovinciale dell’Ordine negli Stati del Maranhao e del Pará, impegnandosi nell’evangelizzazione e nella promozione umana delle popolazioni. Il 21 gennaio 1998 venne nominato vescovo di Grajaú, nello Stato del Maranhao, estesa su una superficie di 42.000 kmq, con una popolazione di poco più di 500.000 abitanti suddivisi in 13 parrocchie. Subito si trovò di fronte ai tanti problemi che affliggono le diocesi brasiliane. «Uno dei più gravi — ricordava all’indomani del suo ritiro — è la scarsità di clero. Le distanze fra le parrocchie sono gigantesche, mentre sono assai scarse le comunicazioni. Non raramente le parrocchie sono raggiungibili soltanto risalendo i fiumi in barca o canoa». La sua sede episcopale condivideva anche le problematiche sociali delle altre diocesi brasiliane. «L’economia agricola è di sussistenza. Le condizioni di vita sono subordinate all’abbondanza del raccolto e alla regolarità delle precipitazioni atmosferiche. L’emigrazione continua caoticamente verso le città, causando la nascita di sterminate favelas o baraccopoli dove regnano povertà e degrado. Resta ancora molto da fare riguardo ai “senzaterra”, cioè gli indios rimasti senza terreni da coltivare a causa dei latifondisti che presentano documenti anche falsi di proprietà».

Un altro tasto dolente era la famiglia. «È estremamente fragile sia per antichi retaggi culturali — aveva aggiunto il vescovo Cuter —, sia per motivi nuovi, come i messaggi negativi delle numerose telenovele e la promiscuità nelle favelas». La Chiesa brasiliana non restava inerte. «La nostra pastorale è ad ampio raggio — aveva risposto il vescovo Cuter —. Inoltre il processo di purificazione della devozione popolare dagli eccessi folcloristici è in fase avanzata, perché sopprimerla sarebbe un grave errore, poiché da sempre nutre la fede dei brasiliani».

Il 7 dicembre 2016 si era ritirato per raggiunti limiti di età ed era andato a risiedere nel convento dei Cappuccini a Varese. La sua salma è composta nel convento di Varese fino alla tarda mattinata di martedì 1° ottobre, per essere poi trasportata nel convento dei Cappuccini di Borgo Palazzo. I funerali saranno celebrati mercoledì 2 ottobre alle 10 nella chiesa parrocchiale di Gazzaniga, presieduti dal vescovo Francesco Beschi.

Nella foto è con la nipote Cristina, che risiede in America

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