Don, parli poco…

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“Don, parli poco… va tutto bene?”. “Benissimo, grazie!”.

Sto diventando più silenzioso, se n’è accorta la mia gente e ne sono consapevole io, perché la mia è una scelta, non una casualità. Sarà che ho 35 anni ormai e ho iniziato il decimo anno da sacerdote in parrocchia; sarà per un percorso personale che mi ha condotto a riflettere e pregare molto sulla Parola, quella di Dio, e, da qui, ad alcuni pensieri sulla parola che l’uomo pronuncia. Forse solo ora, dopo tanto tempo, comprendo la grandezza di questo dono, unitamente alla sua potenza. Una parola può edificare o distruggere, una persona o una comunità. Se questa poi è detta da chi nella comunità, civile o religiosa, ha un certo ruolo, la risonanza di quanto viene detto si amplifica.

Ho bisogno di silenzio

Su questo il ministero sacerdotale mi ha aiutato e mi aiuta molto nella maturazione. Ora che conosco bene tanta gente, mi capita di ascoltare molte persone, soprattutto in colloqui individuali. Penso a chi mi ha chiesto un percorso a livello spirituale, a genitori che chiedono consigli per i figli, alle persone con difficoltà in famiglia o sul lavoro. Porto nel cuore tante storie, sulle quali torno spesso con il pensiero. E ho bisogno di silenzio, perché in diversi casi le sofferenze sono grandi e il contatto con queste mi chiede preghiera e riflessione: spesso portarle nel cuore senza che queste schiaccino anche me non è facile. Quando vuoi bene alle persone, i loro dolori diventano inevitabilmente un po’ anche i tuoi, E, soprattutto,  relazioni così chiedono tanta, tanta riservatezza.

Devo essere una “persona molto riservata”

Un prete a me caro mi ha sempre ripetuto, ma solo adesso sto capendo cosa volesse dire, che “il prete deve essere la persona più riservata della comunità”. Ha ragione. È così. Questo vale anche quando il ministero conduce a fare scelte difficili e magari impopolari… e tuttavia è compito del pastore quello di decidere. Non è facile. A volte pur di tutelare le singole situazioni, il bene della comunità e dei ragazzi, si deve essere disposti a subire le calunnie peggiori. Preferisco passare per cattivo o per una persona che ha deciso “di pancia”, per motivi personali e non obiettivi, pur di non far trapelare una parola che riguardi le questioni private delle persone.

E questo non è sempre semplice: quando la situazione si fa pesante vorresti gridare al mondo il perché delle tue decisioni, per far tacere le chiacchiere. Ma non puoi, te lo chiede la riservatezza necessaria al ministero, te lo chiede la fede che ti rende fratello di tutti, di chi tuteli, di chi ti sostiene e di chi ti critica. E allora preferisco cercare un po’di silenzio.

Lì riesco ad ascoltare, a percepire la vicinanza di Dio, che cura le ferite e, pazientemente, mi accompagna.

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