Galateo per i preti e le loro comunità: il denaro, il cibo e i social

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Monsignor Della Casa scrisse nel 1551 il “Galateo”, celebre manuale di belle maniere, Don Michele Garini pubblica nel 2013 il volume “Galateo per i preti e le loro comunità” (Edizioni Messaggero Padova 2019, Collana “Problemi & Proposte”, pp. 184, 14 euro), due ristampe, la seconda lo scorso giugno. 

Nel testo, Don Michele, originario di Solarolo (Mantova), già autore di diverse pubblicazioni e docente di storia presso il Seminario Vescovile di Mantova, affronta e valuta con ironia e spunti riflessivi alcuni nodi della vita concreta di preti e comunità avvicinando esperienze, situazioni e problemi. «“Guarda l’anima” è l’incessante richiamo che un esperto sacerdote della mia diocesi rivolge a noi presbiteri più giovani ma, aggiungo io, senza dimenticare che la prima cosa che si vede è il corpo!», scrive l’autore. 

Abbiamo intervistato Don Michele Garini, nato nel 1980, Parroco di Villa Garibaldi e Cadè di Roncoferraro in provincia di Mantova.

“Questo galateo si propone di sfruttare un piccolo spazio lasciato libero, o comunque scarsamente considerato, da tutte le altre discipline che si occupano della figura del prete”, scrive nell’Introduzione del testo. Don Michele, com’è nata l’originale idea di redigere un libro sul galateo dei preti? 

«Tutto nasce dalla presa di coscienza che molti degli aspetti per cui i nostri parrocchiani, i fedeli delle nostre comunità ci valutano, anzi in un certo senso ci giudicano, paradossalmente non hanno tanto a che fare con i nuclei fondamentali del ministero, la liturgia, la catechesi, ma hanno sempre a che fare con elementi esteriori, pratici, quotidiani della vita del prete. Da questa mia presa di coscienza è nato il desiderio di indagare questi aspetti che possono apparire apparentemente un po’ superficiali».

Tre capitoli sono dedicati al delicato e particolare rapporto del sacerdote con il denaro. Ce ne vuole parlare? 

«Come si parla di denaro e si rende partecipe la comunità circa l’utilizzo delle finanze e dei beni economici parrocchiali, come utilizzare i soldi della comunità. Qual è il rapporto personale del prete con il denaro? Il prete è un lavoratore con un proprio stipendio, quindi con dei beni personali da utilizzare in un certo modo piuttosto che in un altro. Mi rendo conto nella mia esperienza quanto sia facile cadere o scadere in utilizzi impropri e superficiali del denaro della comunità come nell’utilizzo dei propri soldi. Gestire il denaro in un certo modo è espressione di come si gestisce la vita personale e comunitaria».

Qual è il rapporto del prete con il cibo? 

«Sono questi aspetti molto ordinari e quotidiani che rischiano di essere trascurati, anzi nei quali il prete rischia di auto trascurarsi. Ciò vale per la cura della propria abitazione, spesso disordinata, sporca e lasciata un po’ andare… vale anche per il cibo. Spesso i miei parrocchiani mi dicono: “Tu sei l’unico prete magro che conosciamo!”. C’è il rischio che la vita solitaria alla lunga richieda determinate compensazioni, come mangiare bene e in modo abbondante. Qui in provincia di Mantova la figura della Perpetua, la donna di servizio di un sacerdote, è quasi scomparsa. Io non ho una Perpetua, non mi è necessaria e non me la posso permettere! Nella mia zona i preti che hanno una collaboratrice domestica residente in canonica, che non sia un madre o una sorella, sono uno o due. Il cibo è per esempio in un rapporto non sempre sereno, coerente e adeguato con i media, i social network, fa parte di tutti quegli aspetti che possono apparire secondari ma che invece diventano delle spie circa la maturità e la saggezza di ciascuna persona. Vale per tutti, anche per i preti». 

Il prete è l’uomo della “doppia tavola”, quella domestica e quella liturgico-celebrativa, cioè l’altare. Le regole che valgono per la prima, con i dovuti adattamenti, valgono anche per la seconda e viceversa? 

«Sì. Sono tanti gli altari che non assomigliano a tavole ben curate, a tavole che possano ospitare e accogliere il Sacramento, che possano accogliere il corpo e il sangue di Cristo. Senza scadere in eleganze e lussi che sarebbero fuori luogo e per certi versi, indecorosi, credo che una chiesa, un presbitero e una mensa ben tenute siano i requisiti fondamentali per poter celebrare in maniera fruttuosa l’Eucarestia».

Lo scorso giugno ha pubblicato, sempre per le Edizioni Messaggero di Padova, “Social don. Preti on line e in parrocchia”. Il libro è l’ideale proseguimento del “Galateo per i preti e le loro comunità”? 

«Un po’ sì, l’idea è stata dell’editore, non sono esperto di social. Ho provato a immaginare dieci tipi da social, quindi nel libro ci sono dieci capitoli dove indago un modo, un atteggiamento, uno stile clericale al mondo dei social network, sempre partendo da situazioni concrete, provando ad approfondirne il significato e il valore, connettendole sempre con la pastorale offline, cioè con la pastorale parrocchiale, quella di tutti i giorni. La tesi del libro è che ci siano molte più contiguità e proiezioni reciproche di quanto si possa pensare tra il mondo social e l’approccio del clero al mondo social e la pastorale di tutti i giorni, quella tradizionale». 

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