Il cardinale Ravasi a Molte fedi: una nuova primavera contro l’indifferenza che pervade il nostro tempo

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«Può forse tardare primavera?» è questo verso del poeta Shelley il titolo della XII edizione di Molte Fedi Sotto Lo Stesso Cielo 2019, di cui, nella serata di lunedì 16 settembre, in una gremita Aula Magna dell’ex Chiesa di Sant’Agostino, il Cardinal Ravasi è stato capace di raccontare la contemporanea bellezza. Le parole del Cardinale, come fossero poesia, hanno tessuto l’elogio di questa stagione, tanto breve quanto meravigliosa secondo la rappresentazione che di questa viene fatta nella cultura ebraica, che è molto di più di quei giorni dell’anno solare in cui la natura rinasce: primavera dev’essere, infatti, la predisposizione dell’animo umano a contrastare l’indifferenza che pervade il nostro tempo, trasformandoci in spettatori abituati all’orrore.

E, recuperando il pensiero di Heidegger, il Cardinal Ravasi ha iniziato la propria Lectio Magistralis ricordando che «interpretare è dire il non detto», per cui raccontare la primavera significa, prima di tutto, tessere la trama dell’inverno. La conditio sine qua non perché torni la primavera è che questa sia preceduta dall’inverno, un tempo di deserto. Quello di cui la società e dentro di questa la comunità cristiana è un inverno tanto fisico, quale quello che devasta la Terra, quanto spirituale, quale quello che inaridisce l’esperienza umana nella storia. L’inverno della Terra è il deserto che sta divorando il Creato, quello che, secondo la tradizione musulmana, granello di sabbia dopo granello di sabbia, Dio avrebbe gettato sulla Terra ogni volta che un uomo avesse commesso un peccato. Il deserto in cui l’uomo sta trasformando il Pianeta la poca cura del Creato si rispecchia nelle sue parole e nel suo agire, per cui facciamo ogni giorno esperienza di una parola umiliata, immemore della potenza creatrice della parola, unico mezzo attraverso cui Dio la Terra, e di una storia bulimica di mezzi e atrofica di fini.

Il Cardinal Ravasi rincuora, però, rispetto al realismo del messaggio biblico, riflettendo sulla seconda parola centrale del titolo della rassegna, tardare, ricordando le parole dell’apostolo Pietro per cui «Il Signore non tarda nel compiere la sua promessa» (2 Pt 3, 9, ndr). Nonostante l’inverno dell’indifferenza in cui la nostra società sembra vivere, della mancanza di speranza per un futuro migliore, lo stile del cristiano è quello di vivere nell’attesa, nell’inquietudine dovuta a questa notte della storia, nella trepidazione della ricerca della socratica verità, senza la quale una vita non avrebbe senso di essere vissuta, e del ritorno della luce per riscoprirsi nuovo, perché, come scriveva David Maria Turoldo «mai giunge l’alba che tu non sia già altro».

La resistenza umana e cristiana all’inverno e all’attesa farà alla fine germogliare il fiore della primavera, la primavera dell’amore, della fecondità e della speranza. La propensione del cristiano è quella di vivere orientato al futuro, mosso dalla consapevolezza e dal desiderio di essere generatore di vita e fecondo d’amore, così come è lo è la Terra dopo la fine dell’inverno o come «la donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16, 21, ndr). E perché allora torni sempre primavera, il messaggio del cardinale è quello di continuare a sperare, nonostante la grande tentazione umana di disperare.

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