La lezione di Alice: impariamo dai bambini la capacità di lasciar andare

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“Aiuto mamma, ho perso il mio amuleto”. “O cavoli, dove l’hai perso?”. “Qui da qualche parte, credo nell’erba alta, però forse qui vicino all’albero”. Sono quasi le nove di sera, siamo in un immenso parco con l’erba alta fino ai polpacci, il sole è praticamente tramontato, ho concesso l’ultimo lancio col frisbee prima di tornare a casa di corsa. “Ho fatto un tiro potente e Alice ha corso un sacco”. Ah, grazie Tommy. Quindi in pratica l’amuleto è disperso in un’area vasta e indefinita coperta di verde e ormai al buio.

L’amuleto, va detto, è pure sottile, forse è più facile trovare un ago in un pagliaio. Ma Alice c’è affezionata. Lo porta ovunque, l’abbiamo denominato “amuleto batgirl” perché la tizia che guarda ammiccando dal piccolo ovale pare essere una ragazza con le ali di pipistrello. Le abbiamo attribuito doti magiche, tipo che ci svela la strada da seguire quando facciamo le nostre gite nei boschi, tipo che se la giri vorticosamente attorno al braccio lei avvera un tuo desiderio. Insomma, l’amuleto ha una sua grande importanza.

Sul momento ti armi di pazienza. Usi il cellulare per far luce, perdi diottrie nel tentativo di individuare qualcosa tra gli infiniti fili d’erba. Poi capisci che devi trovare le parole giuste per spiegare a tua figlia che di quell’amuleto dovrà fare a meno. “Alice…ascoltami….”. “No mamma noooooo”. Ecco, in quel momento capisci che per certe cose non sarai mai pronta. Dispiace a te per prima, come puoi convincere tua figlia che chissenefrega se anche non troviamo il ciondolo?!

“E’ solo un oggetto, puoi farne a meno. Siamo state noi a renderlo magico, possiamo farlo con qualsiasi nuovo amuleto, ancor più bello. Comunque fidati della mamma, ora lasciamo qui batgirl a dormire guardando le stelle. Domani magari sarà lei a trovarci”. Boh, non so nemmeno io come mi escano certe parole, in ogni caso Alice scoppia a piangere. La prendo in braccio, la distraggo. Una volta a casa sorride come sempre, corre a letto, sembra aver dimenticato tutto.

Ma io no. E un pensiero malsano fa capolino nella mente: domani mattina ti alzi prestissimo e vai a correre in quel parco, caschi il mondo ma tu quell’amuleto lo ritrovi. E…beh, lo fai davvero. Dieci chilometri di corsa, un unico obiettivo. Con l’erba alta e la luce a render solo chiaro ancor più della sera precedente che l’impresa è impossibile. “Amuleto vieni a me, palesati, compari, fatti trovare”. Con la certezza di sembrare folle a chiunque passi, con la testardaggine che solo una madre può avere…beh, alla fine l’amuleto si materializza. “Grazie, grazie, grazie”. Lo stringi in mano manco avessi trovato un tesoro, voli fino a casa e con un sorriso a 32 denti svegli tua figlia dicendole che ce l’hai fatta.

Lei ti guarda, ti abbraccia. E ti spiazza. “Mamma grazie. Hai fatto una cosa bellissima. Io comunque ero pronta a lasciarlo andare, l’amuleto. E’ solo un oggetto”. E niente, Alice. Grazie a te. Che mi insegni che a volte siamo noi adulti, a legarci alle cose. I bambini le usano, ci costruiscono mondi,   le interiorizzano. E poi sanno lasciarle andare.

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