Margaret Atwood, regina delle distopie: “Il cambiamento climatico è la più grave minaccia alla pace del pianeta”

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“Il cambiamento climatico è la più grave minaccia alla pace”. Margaret Atwood, autrice di celebri distopie come “Il racconto dell’ancella” (Ponte alle Grazie) da cui è stata tratta una celebre serie televisiva, giunta alla terza stagione, è diventata un’icona per il nuovo femminismo, quello per intenderci che si richiama al movimento #metoo, ma è soprattutto un’autrice lucida, brillante, sensibile, capace di cogliere e interpretare le inquietudini del nostro tempo nelle sue opere, compreso l’ultimo, attesissimo romanzo “I testamenti” (Ponte alle Grazie), appena uscito in libreria. Al Festivaletteratura di Mantova, nei giorni scorsi, sollecitata dalle domande del collega scrittore Alberto Manguel, ha parlato della condizione femminile, ma soprattutto di crisi climatica.

“C’è chi teme che certe parti del mondo stiano tornando al Racconto dell’ancella – ha detto -. Questo spiega il fatto che negli Usa qualcuno abbia definito la serie tv tratta dal mio libro un documentario e non un parto della fantasia. In effetti prima di scrivere ho raccolto con pazienza una serie di storie veramente accadute, e una volta non c’era internet, perciò le ho messe insieme a forza di ritagliare gli articoli dai giornali e dalle riviste. Non sto parlando di storie dell’ultimo secolo, ma di quattromila anni del genere umano, provenienti da luoghi diversi”.

La Atwood ha ripercorso brevemente la storia dell’ultimo secolo, con le ricadute che ha avuto sulla società: “Negli anni ’70 è esploso il movimento femminista, poi sono cominciati gli anni di Reagan e c’è stato un deciso passo indietro. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, per un decennio la gente ha pensato: shopping per sempre, non faremo altro. Nello stesso momento, però, gli Stati Uniti hanno pensato che non servisse più presentarsi come una democrazia liberale ben rappresentata dalla Statua della Libertà con la sua torcia in mano, perché l’arcinemico era venuto meno. Sono venute a galla altre tendenze, e tra esse quella teocratica e puritana che non è mai scomparsa, è rimasta lì a covare sotto la cenere, anche soltanto come possibilità. Poi è arrivato il 2016, quando si sono tenute le ultime elezioni presidenziali. Con sorpresa di tutti, compreso il vincitore, ci siamo svegliati con Donald Trump come presidente e ci siamo detti che lo show era cambiato. Se avesse vinto Hilary Clinton, tutti avrebbero detto che “Il racconto dell’ancella” era un fantasy, invece la gente ha incominciato a pensare che si trattasse di una possibilità concreta”.

“Il racconto dell’ancella”, infatti, descrive un angolo d’America in cui gli estremisti religiosi, conquistato il potere, hanno riportato le donne in una condizione molto vicina alla schiavitù, privandole del diritto di lavorare e di esprimersi. Non è una visione del futuro, precisa la Atwood, ma l’invenzione di un mondo in cui nessuno vorrebbe vivere: “Gli scrittori non possono prevedere cosa accadrà, ma solo costruire ipotesi sulla base di trend attuali, le variabili in gioco sono troppe”.

Sta quindi al lettore leggere il futuro e forse anche il presente nell’opera letteraria. “Questo genere di libri spinge i lettori a interrogarsi su quale genere di mondo vorrebbero perché indicano delle direttrici. E’ un po’ come fare il progetto di una casa e chiedere: ti andrebbe di vivere qui o in un posto diverso?”. Quando il tema fondamentale, però sono i cambiamenti climatici, secondo la Atwood la vera domanda da porsi è: hai voglia di vivere?

Secondo la scrittrice, però, non è ancora arrivato il momento di disperarsi: “Il mondo, fortunatamente, è pieno di gente speranzosa, e gli scrittori sono in prima fila: per prima cosa sperano di terminare l’opera a cui stanno lavorando, poi di trovare un editore che gliela pubblichi, poi dei lettori che lo leggano e gente che apprezzi quel lavoro e lo capisca. Ci rendiamo conto di quanta speranza abbia la categoria degli scrittori? Già il fatto di scrivere è un gesto pieno di speranza, perché suppone che in futuro ci saranno lettori”.

Margaret Atwood cita il progetto della “Future Library”, la “Biblioteca del futuro” in Norvegia: in cento anni sarà avviata la piantagione di una grandissima foresta. Gli scrittori porteranno i loro manoscritti e tra un secolo ci saranno a disposizione gli alberi necessari per stamparli. “C’è un sacco di speranza in questo progetto: bisogna credere che tra cento anni esisteranno ancora persone, manoscritti, biblioteche, libri, alberi, lettori, scrittori, che esisterà ancora la Norvegia. Tutte speranze che dobbiamo coltivare”.

L’autrice americana ha citato poi un altro progetto per ridurre l’anidride carbonica: in rete si trovano indicazioni, tecniche e dati per contribuire ad abbassare il livello di anidride carbonica. “Il modo più veloce e meno costoso di farlo – ha osservato – è piantare moltissimi alberi, come hanno deciso di fare i norvegesi. Anche in Etiopia stanno portando avanti progetti analoghi di riforestazione. Si possono anche ripristinare le colonie di uccelli marini, tornare a far crescere il numero delle specie ittiche. Non c’è carenza di idee, manca la volontà politica che dovrebbe attuarsi a tutti i livelli, da quelli locali a quelli nazionali e internazionali. Le élite mondiali però non mostrano di aver capito e di aver preso questa direzione”.

Una delle parole chiave dell’opera di Margaret Atwood è sopravvivenza: “Ora siamo in molti a usare questa parola. Potrà anche essere il livello base, l’elemento fondamentale, altrimenti chi potrebbe ancora creare opere d’arte? Sono convinta che la crisi ambientale globale e il riscaldamento del pianeta siano gli elementi che aggravano inondazioni, tsunami, carestie, e che diano luogo anche alle guerre. Dobbiamo riconoscere che tutto il nostro pianeta si sta ridisegnando. Per forza pensiamo alla sopravvivenza. Sono anni che i ricercatori e gli studiosi che lavorano al Pentagono hanno capito che il cambiamento climatico è la più grande minaccia alla pace dell’intero pianeta”.

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