Padre Taddeo Pasini, da Albino alle baraccopoli del Perù: “Ho sempre potuto contare sul sostegno dei bergamaschi”

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«La messe è molta ma gli operai sono pochi». Con queste parole, nel Vangelo di Luca, Gesù alludeva al non facile compito, affidato a settantadue suoi discepoli, di evangelizzare le genti.

Nella stessa accezione, nel 2016, Papa Francesco fece di quella frase lo slogan per la giornata mondiale delle missioni, ribadendo come l’impegno primario di ogni credente consista nell’annunziare con la propria vita e con la parola il regno di Dio. D’altronde, la messe è molta perché nel mondo ci sono oltre 7 miliardi e mezzo di persone e tutte hanno il diritto di conoscere l’amore del Signore, manifestato nella morte e resurrezione di Gesù Cristo. Ma la messe è anche molta perché in ogni angolo del globo altrettanti sono i problemi, le ingiustizie, le sfide, i bisogni e le ricchezze.

E che la messe sia molta, l’ha sperimentato nei suoi quasi quarant’anni di servizio in Sudamerica l’instancabile missionario bergamasco Taddeo Pasini. Originario di Gromo ma cresciuto a Bondo Petello di Albino, è stato ordinato sacerdote a Roma nel marzo 1982 e poi inviato in Perù, per la prima volta, nell’ottobre di quello stesso anno. «Più della metà della mia vita l’ho trascorsa in missione – racconta il padre monfortano, rientrato da poco in Italia per degli accertamenti clinici -. 34 anni in Perù e 3 in Brasile. Sempre in realtà periferiche e tra persone molto povere. In comunità e parrocchie estremamente popolate: dai 30 mila abitanti di Huanuco, alle porte dell’Amazzonia, fino ai 150 mila di Huaycan, baraccopoli nei pressi di Lima, passando per i 120 mila di San Paolo del Brasile».

Tante problematiche. Molta messe appunto. Ma la certezza di non essere mai lasciati soli. «Grazie alla Provvidenza del Signore, che ha agito e agisce tramite la generosa solidarietà degli amici, siamo riusciti a portare a termine tanti progetti. In campo religioso ma anche nel terreno della promozione umana: una cattedrale, tante chiese e case di comunità, un centro medico, spazi di gioco e asili ma anche adozioni a distanza, containers e casette per le famiglie povere». E nella realizzazione di tutto ciò un contributo importante è arrivato da Bergamo. «Davanti ad un progetto serio – spiega padre Taddeo – i bergamaschi hanno fatto sempre sentire il loro appoggio. Chi con offerte e contributi di natura economica, chi spendendosi in prima linea in Sudamerica a fianco degli operatori locali. Dal 1996 ad oggi, quasi ogni anno, ho potuto contare sull’aiuto di lavoratori volontari, in gruppi di 15-20 per volta, provenienti principalmente dalla Val Seriana, ma anche da Lonato (Brescia), Marmirolo (Mantova), Fosse, Roveré e Sommacampagna (Verona). Sono state sempre e comunque esperienze positive perché fatte di incontri e di accoglienza con la componente locale, utilizzando il linguaggio dell’amore e del servizio. Il lavoro dei volontari ha dato credibilità alle nostre belle prediche domenicali riguardo alla carità cristiana. Ad esempio, grazie all’impegno dei muratori seriani, tra cui anche mio fratello piastrellista, siamo riusciti ad erigere una cattedrale a Huaycan, alle porte di Lima. Oppure a Huanuco, capitale dell’omonimo dipartimento sulle Ande peruviane, abbiamo aperto una struttura su due piani, di circa 1.000 metri quadrati, dedicata alla memoria di Angelo Longhi, un muratore di Tribulina volontario nelle mie missioni. Qui vengono accolte in orario diurno persone di ogni età, ma soprattutto bambini e giovani, disabili fisici ma anche con ritardi mentali, per svolgere attività ricreative, lavorative, culturali e religiose».

Questo perché nell’ottica di padre Taddeo l’impegno missionario deve essere tanto spirituale quanto sociale. Ovviamente negli anni la situazione economica del Perù, ora apprezzata meta turistica, è migliorata. Ma patrimoni Unesco come Machu Picchu e le linee di Nazca rimangono comunque solo un lato di una nazione che ha il 21 per cento della popolazione sotto la soglia della povertà. Ecco perché Taddeo e compagni in Sudamerica cercano in primo luogo di rispondere ai bisogni fondamentali delle persone. Dalla salute al nutrimento fino all’istruzione e all’alloggio, istituendo mense popolari, cliniche, scuole e casette per le famiglie povere.
«Il Perù si divide in tre aree geografiche principali, nelle quali ho avuto modo di operare – chiarisce il missionario bergamasco -. La costa, la sierra andina e la selva amazzonica. Ognuna di esse forma un ecosistema a sé stante, con diverse dinamiche e problematiche. Lungo la fascia costiera si trovano i principali insediamenti urbani, tra cui Lima. Questi costituiscono un forte richiamo per la popolazione delle aree interne che, alla ricerca di condizioni di vita migliori, si sposta verso le città invadendo abusivamente territori alle porte di esse. Così accade a Huaycan, insediamento appena fuori Lima: si tratta di una tipica barriada di periferia, alla cui nascita ho assistito di persona. Era il 15 luglio del 1984 e una folla di 2000 disperati, organizzatisi in precedenza, ha occupato questo territorio brullo. Ho subito portato loro riso e altri viveri, assieme al conforto spirituale. Col passare del tempo, la comunità è cresciuta e ora Huaycan conta 150 mila abitanti. Qui prestiamo principalmente assistenza agli abitanti, con particolare attenzione a bambini e malati. Sulle Ande e nella selva amazzonica, invece, la situazione è diversa: sono aree scarsamente popolate, difficilmente raggiungibili e ancora abbastanza incontaminate. Le popolazioni locali riescono a vivere di una economia rurale di sussistenza, ma sono a tutti gli effetti tagliate fuori dal mondo. Il nostro compito quindi consiste nel costruire scuole, ospedali e altre strutture di vitale importanza. Luoghi che diventano anche punto di riferimento per tutta la comunità, altrimenti isolata».
Insomma, in Perù ad oggi tanto è stato fatto, tanto ancora da fare. Adesso padre Taddeo si trova a Bergamo per un periodo forzato di cure. La prospettiva è quella di ritornare almeno per qualche anno ancora in Sudamerica. Pronto a ripartire, salute permettendo. Perché, d’altronde, la messe è molta.

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