Scienziato, esploratore, diplomatico. E un uomo che ha giocato la vita a favore dei rifugiati: Fridtjof Nansen

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Era un uomo dal multiforme ingegno, nato in Norvegia nel 1861: scienziato, esploratore, diplomatico e filantropo. Fridtjof Nansen, un nome che oggi probabilmente non dice nulla ai più. In realtà, è stato un uomo che ha giocato la vita a favore dei rifugiati. Negli anni in cui l’Europa stentava a riprendersi dopo la fine della prima guerra mondiale, Nansen diresse la prima importante operazione umanitaria della Società delle Nazioni: il rimpatrio di 450.000 prigionieri di guerra.

Dopo la prima guerra mondiale, i rifugiati

Nansen – come riporta il sito www.unhcr.it  – ha ricoperto per primo l’incarico di Alto Commissario della Società delle Nazioni per i Rifugiati dal 1920 al 1930, aiutando centinaia di migliaia di rifugiati a fare ritorno nei propri Paesi. I suoi interminabili sforzi hanno permesso inoltre a molti altri di divenire legalmente residenti nei Paesi in cui avevano trovato rifugio e di trovarvi lavoro.

Nansen comprese che uno dei maggiori problemi riguardanti i rifugiati consisteva nella mancanza di documenti d’identità che fossero riconosciuti a livello internazionale. La soluzione da lui trovata, che divenne poi nota come “Passaporto Nansen”, costituì il primo strumento legale volto alla protezione internazionale dei rifugiati.

Quando scoppiò la carestia in Russia nel 1921-1922, Nansen organizzò un programma di soccorsi per milioni di vittime. Per il fondamentale lavoro svolto, fu insignito del Premio Nobel per la pace nel 1922.

Nansen trascorse il resto dei suoi anni lavorando instancabilmente per la causa dei rifugiati, e preparando un’ultima spedizione al Polo. Uomo sempre lungimirante e votato all’azione, progettava di sorvolare in aeroplano l’Artico quando morì nel 1930, all’età di 69 anni. In suo onore, l’UNHCR (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ha istituito il Premio Nansen per i rifugiati nel 1954. Viene chiamato “il premio Nobel per chi aiuta i rifugiati”. I vincitori condividono una caratteristica: l’eccezionale impegno e la disinteressata dedizione alla causa dei rifugiati.

Oggi. Il premio per chi aiuta i rifugiati. I “corridoi umanitari”

In attesa del vincitore globale che sarà annunciato il prossimo 2 ottobre, settimana scorsa sono stati resi noti i vincitori regionali. Per l’Europa sono i Corridoi Umanitari, promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e Tavola Valdese, CEI-Caritas Italiana. Conviene, brevemente, ricordare cosa sono i Corridoi umanitari: un programma sicuro e legale di trasferimento e integrazione nel nostro Paese rivolto a migranti in condizioni di particolare vulnerabilità: donne sole con bambini, vittime del traffico di esseri umani, anziani, persone con disabilità o patologie, oppure persone segnalate da organizzazioni umanitarie. Insomma, in una stagione in cui ci si vantava dei porti chiusi, i Corridoi umanitari – frutto dell’ impegno di cristiani di diversa confessione – rappresentano un’alternativa credibile ai viaggi illegali.

Non vogliono in alcun modo essere una forma sostitutiva dell’ordinarietà di gestione dell’immigrazione da parte del governo. Piuttosto – come hanno ricordato gli organismi che hanno vinto il Premio –  vogliono costituire un pungolo per le istituzioni e, dall’altro, sono una buona prassi perché danno alla società civile la possibilità di sperimentarsi su una sfida globale coinvolgendo anche le comunità chiamate a fare la loro parte nel lungo processo di integrazione.

Quello che i “corridoi umanitari” hanno fatto. Molto più di quelli che baciano i crocifissi

Da febbraio 2016 a oggi sono arrivati oltre 2.000 rifugiati e persone vulnerabili in Italia in base a quattro accordi distinti, firmati dalle quattro realtà religiose insieme al Ministero dell’Interno e al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.  Il primo corridoio, attivato nel dicembre 2015 in risposta al sempre crescente numero di morti in mare, ha visto il trasferimento di 1.035 rifugiati, soprattutto di origine siriana dal Libano; il secondo, attivato nel gennaio 2017, il trasferimento dall’Etiopia di 498 rifugiati provenienti prevalentemente da Eritrea e Somalia; e il terzo, attivato nel novembre 2017, il trasferimento di altri 595 rifugiati siriani dal Libano. Inoltre, nel maggio 2019 è stato firmato un quarto protocollo di intesa che prevede il trasferimento di altri 600 rifugiati da Giordania, Etiopia e Niger.

Vale la pena ricordare che le realtà promotrici del programma assicurano a loro spese il trasferimento dei rifugiati in Italia, cosi come l’accoglienza e l’assistenza necessaria per riuscire ad avviare percorsi di integrazione nel nostro Paese. Insomma, in attesa che il nostro Paese faccia la sua parte, esiste un modo concreto e possibile per affrontare il complesso fenomeno migratorio.

Mentre qualcuno gridava slogans e solleticava il ventre molle del Paese, altri nel silenzio hanno permesso di restituire dignità e speranza a uomini e donne, vecchi e bambini. I primi baciavano i crocefissi di legno, i secondi si chinavano su quelli di carne. I cristiani dovrebbero sapere con chi stare.

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