Il premio Nobel nigeriano Wole Soyinka: “Per le migrazioni ci vuole un piano globale”

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Di fronte alla violenza e all’estremismo, di fronte a chi nega i diritti fondamentali dell’uomo, di fronte a chi calpesta le persone bisogna avere il coraggio di dire “No”. Lo dice con la forza, la libertà e il disincanto dei suoi 85 anni Wole Soyinka, scrittore poeta e drammaturgo nigeriano, uno dei pochi scrittori africani insigniti del Nobel per la letteratura, incontrando i giornalisti al Festivaletteratura di Mantova. «L’umanità deve fare una scelta – scrive nella prefazione della sua più recente raccolta di poesie, “Ode laica per Chibok e Leah” (Jaka Book) –. Ci sono azioni che meritano la revoca di qualsivoglia definizione umana. Tra queste, proclama la mia fede, i crimini contro gli innocenti».

Che cosa pensa delle attuali ondate migratorie dall’Africa all’Europa e del dibattito politico in corso su questo tema?
«Mi sembra che in generale i politici e l’opinione pubblica abbiano smarrito la capacità di vedere gli altri esseri umani che si trovano in una condizione di difficoltà e di bisogno come persone: la loro situazione viene di fatto trasformata in ideologia. Sostenere che si sta solo difendendo la propria razza e cultura o che la presenza dei migranti potrebbe privare gli occidentali della loro qualità di vita è pretestuoso. Dovremmo anche ammettere con onestà che la maggior parte dei Paesi che oggi si sentono minacciati dalle ondate migratorie hanno una responsabilità storica per la situazione che le genera, di natura coloniale, imperialista o di sfruttamento economico. Prima o poi tutte queste colpe tornano al mittente in una forma diversa».

Quali sono a suo parere le possibili strade per arrivare a una soluzione condivisa?
«Ci vuole un dialogo strutturato e senza preconcetti tra le nazioni di partenza e di arrivo, non bastano azioni sporadiche di carità. In questo momento lungo le traiettorie seguite dai migranti in condizioni disumane ci sono persone rapite, ridotte in schiavitù, torturate e vendute. Lungo il percorso ci sono i deserti e tanti campi di morte. Bisogna affrontare la situazione in modo globale, come si fa per esempio con le epidemie».

Lei ha definito questo fenomeno migratorio come una seconda diaspora africana. Può spiegarci cosa intende e quali sono le conseguenze economiche, sociali e culturali di questo processo sul continente?
«Stiamo subendo in questo momento una grandissima fuga di cervelli, stiamo perdendo enormi risorse presenti e future. Sappiamo infatti che molti di quelli che ce la fanno e arrivano nella “terra promessa” ottengono traguardi straordinari in diversi settori professionali nonostante le condizioni impossibili che devono affrontare. In Nigeria anni fa ci fu una riunione ad altissimo livello e crearono una task force per vedere come riportare in patria i giovani che se n’erano andati. Questa commissione ha girato il mondo per raccogliere i dati. L’obiettivo originale doveva essere quello di capire cosa fare per impedire la perdita dei migliori talenti del Paese. Ma i funzionari al ritorno dissero che non c’era stata alcuna fuga, ma che la Nigeria stava in realtà aiutando altri Paesi offrendo preziose competenze, come se avessimo dei cooperanti in giro per il mondo. Se la situazione è questa, dunque, la colpa è anche dell’atteggiamento dei governi africani».

Nella sua ultima raccolta di poesia lei racconta la storia di molte persone che hanno detto di no: come Mandela quando rifiutò di uscire dal carcere («La libertà non accetta condizioni»); la giovane Malala, sfregiata ma non ferita; ma soprattutto Leah Sharibu, una delle ragazze rapite da Boko Haram nel 2014, a cui i carcerieri dissero «abiura la tua fede», e lei rispose: «No, non potete togliermela, la mia libertà».
«Non si può imporre una situazione, una scelta con la violenza. Non importa chi sia a volerlo fare, in questi casi la ribellione è necessaria, ed è importante dirlo e raccontarlo. La letteratura e le arti hanno un ruolo importantissimo, hanno una grande forza creativa. Anche l’istruzione a scuola può svolgere una funzione fondamentale per integrare le differenze tra i generi e le culture, quindi ridurre il più possibile le possibilità di discriminazione. Ogni società ha bisogno di un gruppo da vittimizzare, considerato inferiore, perché questo forse permette di sentirsi più soddisfatti o più sicuri, ma il meccanismo nasce sempre all’interno della società stessa. Non dobbiamo essere sorpresi, questa situazione nella storia è sempre esistita, ma ora, in particolare in alcune culture, si concentra contro le donne. Ogni volta che nasce una discriminazione c’è però anche chi si attiva per eliminarla».

Che cosa pensa dell’emergenza climatica e come viene avvertita in Africa?
«Nel mio paese anche un ragazzino intorno ai 12 anni sa che ci sono differenze nel clima rispetto a qualche anno fa, che le condizioni non sono le stesse. Le persone che vivono nelle comunità agricole non riescono più a dominare i cicli stagionali, spesso non capiscono cosa succede, perché i cambiamenti sono veloci e imprevedibili».

Che cos’è per lei la speranza?
«Da molto tempo non mi sento più di usare questa parola. Con l’età sono diventato molto pragmatico, cerco di capire come possiamo salvarci dal guaio in cui noi uomini – tutto il genere umano – ci siamo cacciati».

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