Accompagnare la fine al suo fine. Io, prete, la morte e la sua celebrazione

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Foto: i funerali di don Gildo Rizzi, già parroco di Telgate, a Schilpario 

Ho celebrato quattro funerali

Due settimane fa, in coincidenza con qualche giorno di vacanza del mio parroco, ho celebrato i funerali, per la precisione quattro, nella mia comunità di Telgate. Alcuni li ho celebrati da solo, altri concelebrati con confratelli cari alla famiglia o, in un caso, con i fratelli sacerdoti del defunto.

Essendo in questa comunità da nove anni, la mia partecipazione personale al dolore delle famiglie si è fatta forte, perché la conoscenza, in diversi casi profonda, della persona venuta a mancare, segna in modo consistente anche il prete, che accompagna alla sepoltura una persona che gli è divenuta cara, spesso anche per i gesti affettuosi e di carità sincera che il sacerdote ha ricevuto da quella donna o da quell’uomo.

Mi sono domandato più volte, in quella settimana che ha portato il lutto in quattro famiglie: cosa è questa celebrazione che sto preparando? A cosa serve? Cosa porta alla fede dei famigliari e della comunità? E al defunto, cosa dona questa celebrazione?

Ho pensato alla morte

Provo a raccogliere qualche idea, sperando di farlo ordinatamente. Innanzitutto, il morire di un uomo o una donna ci ricorda che la morte è il punto di arrivo del cammino della libertà umana. La morte, certezza che caratterizza la vita, al suo presentarsi nelle nostre case mostra tutto il suo carattere di ambivalenza e drammaticità, come l’escatologia cristiana ci insegna.

L’uomo, come ebbe a dire in modo efficacissimo il filosofo Heidegger, è “essere per la morte”: il morire incide la carne umana e mette in crisi la pretesa dell’uomo di essere il solo costruttore del suo destino. Si muore e non si può far nulla contro questo evento; anche certe scelte odierne, col loro tentativo di allontanamento della morte, che la nasconde alla vita della famiglia, o la cosmesi che tenta di narcotizzarla con un benessere salvifico del tutto illusorio, mostrano ben presto la loro inutilità e l’angoscia cui conducono.

Ho pensato al senso cristiano della morte

Ecco perché, io credo, la fede cristiana, nei giorni della presenza in casa della salma e nel giorno della celebrazione della Messa con le esequie in Chiesa, ha il dovere, senza inutili esagerazioni, di ridire il senso profondo di questo evento. La morte mantiene, in ogni caso, la sua caratteristica di mistero: si tratta di un passaggio, il passaggio di questa persona, che ha questo volto e questa storia, a quella comunione eterna con Dio che ha nutrito la speranza e la fede nella vita, così come l’esercizio della carità.

Quindi, nel momento estremo della vita, la morte appunto, la fede ci dice che l’uomo scopre di essere “essere per la vita”.

Ho ricordato le persone che ho visto morire

Penso ad alcune persone che ho visto morire: la mia nonna, un giovane di Telgate, alcuni volontari,un bambino di pochi giorni, confratelli sacerdoti, amici, un papà giovane strappato troppo presto all’amore della sua famiglia e tanti altri.

Cosa ho potuto fare io, prete? Ho potuto esserci, e questo credo sia la cosa più bella. In fondo, non si tratta di pronunciare grandi discorsi: cosa possono dire le nostre povere parole umane su un mistero che solo Dio conosce? No, tutto quello che possiamo fare, quando una persona cara ci lascia, è esserci, è esercitare quella prossimità, nutrita dalla preghiera, che fa sentire la vicinanza della Chiesa e della comunità alla famiglia, mentre affida quella persona cara all’abbraccio misericordioso di Colui che è stato all’origine della sua vita e che ne costituisce anche il fine ultimo.

Sì, celebrare il funerale è proprio questo: accompagnare una persona verso il Padre buono che tutti tiene con sé: Splenda ad essi la luce perpetua, insieme ai tuoi santi in eterno, o Signore, perché tu sei buono.  

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