Armi italiane alla Turchia. Commozione e retorica non bastano

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Foto: un elicottero Mangusta A129, di produzione italiana, usato dalla Turchia contro i curdi

La Turchia e bombe made in Italy

“La Turchia è uno dei mercati più importanti per l’esportazione di armi italiane. Nel 2018 il valore delle esportazioni in Turchia di “materiali d’armamento” autorizzate dal ministero degli Esteri è stato di 362,3 milioni di euro, con un aumento del 36% rispetto all’anno precedente (266,1 milioni).” A scriverlo, durante i giorni dell’attacco delle forze armate turche nel nordest della Siria per allontanare dai propri confini le forze curde, non è un giornale di parte ma Il Sole 24 ore, l’organo di Confindustria.

Un crescendo preoccupante che porta a immaginare che una parte delle bombe lanciate in questi giorni contro militari e civili siano “made in Italy”. Non solo bombe: anche elicotteri da guerra, sistemi di precisione, razzi, missili e armi da fuoco, software. Un business  – quello con la Turchia – che negli ultimi quattro anni ha fruttato al nostro Paese quasi un miliardo.

Le bombe made in Italy e la Costituzione

Eppure, lo abbiamo già scritto altre volte, una legge (la 185, del 1990) vieta l’esportazione e il transito di materiali di armamento verso Paesi in conflitto, a meno che non siano stati aggrediti da altri Paesi, verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione. (Lo ricordate, vero? “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”). La Costituzione vieta anche la vendita di armi anche verso Paesi i cui governi siano responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate Onu, UE o Consiglio d’Europa. Cosa che Ankara fa sistematicamente.

Come scrive Milena Gabanelli sul Corriere:

Insomma, non dovremmo vendergli armi da guerra, eppure lo facciamo. Lo fa la Germania, la Francia, l’Olanda. Ora che l’indignazione è esplosa stanno tutti preparando il decreto di sospensione. Un decreto di facciata poiché riguarda le forniture future, mentre i contratti in corso saranno rispettati. Vuol dire che continueremo a vendere almeno per tutto il 2020. Ma quello della Turchia è un caso isolato? Difficile dirlo, perché il mercato delle armi, come quello del petrolio, non è per nulla trasparente.

Quello che è certo è che il commercio italiano delle armi (che occupa 150.000 persone) è un settore che non conosce crisi. Anche perché noi italiani siamo ecumenici: vendiamo a tutto il mondo, senza distinzione alcuna.  Secondo il Sipri di Stoccolma il nostro Paese è il nono produttore mondiale di armi. Al primo posto tra i nostri acquirenti è il Qatar (nel 2018, un miliardo e 923 milioni), il secondo il Pakistan (682,9 milioni), poi la Turchia e al quarto posto gli Emirati Arabi (220 milioni). Paesi notoriamente non democratici. Come l’Egitto di Al Sisi o l’Arabia Saudita che ha usato bombe italiane per bombardare lo Yemen.

La retorica della pace e il commercio delle armi

Insomma, tanta retorica sulla pace ma, nel nome del realismo, tanta politica e commercio per la guerra. Per questo, per chi invece crede che non si debba abbassare la guardia, non si può non sostenere l’Appello che Amnesty Internationalsta lanciando in questi giorni:

Dopo l’ingresso delle forze armate della Turchia nel nordest della Siria per allontanare dai propri confini le forze curde sostenute dagli Usa, siamo seriamente preoccupati per il rischio che l’offensiva militare abbia devastanti conseguenze sul piano umanitario e destabilizzi ulteriormente la regione.

Come riportato da Rete Disarmo, la Turchia è da molti anni uno dei maggiori clienti dell’industria bellica italiana e che le forze armate turche dispongono di diversi elicotteri T129 di fatto una licenza di coproduzione degli elicotteri italiani di AW129 Mangusta di Augusta Westland.

Sospendere tutte le forniture di armi alla Turchia

Chiediamo all’Italia di sospendere tutte le forniture di armi verso la Turchia e di non limitare lo stop solo alle commesse future. La sospensione dovrebbe rimanere in vigore fino a quando le forze turche non potranno dimostrare l’esistenza di meccanismi efficaci per garantire che armi, munizioni e altre attrezzature e tecnologie militari non vengano utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto umanitario internazionale.

Tutte le presunte violazioni devono essere oggetto di indagine approfondita e imparziale; e i presunti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani dovranno essere perseguiti in processi equi.

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