Da dove ripartire. L’esperienza di don Luigi Sturzo

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Foto: don Luigi Sturzo (1871-1959)

A coloro che mi hanno criticato per la mia attività politica, per il mio amore alla libertà, il mio attaccamento alla democrazia, debbo aggiungere che a questa vita di battaglie e di tribolazioni non venni di mia volontà, né per desiderio di scopi terreni né di soddisfazioni umane; vi sono arrivato portato dagli eventi, penetrando quasi insensibilmente senza prevedere un termine prestabilito o voluto, come portatovi da forza estranea. Riconosco le difficoltà di mantenere intatta da umane passioni la vita sacerdotale e Dio sa quanto mi sono state amare le esperienze pratiche di 60 anni di tale vita; ma l’ho offerta a Dio e tutto ho indirizzato alla Sua gloria e in tutto ho cercato di adempiere al servizio della verità.

A scrivere queste righe, nel testamento, è don Luigi Sturzo, una delle figure più significative del cattolicesimo politico del Novecento, un gigante di cultura e di azione politica che è stato in grado, in un tempo segnato da diffidenze e ostilità, a portare i cattolici in politica. Un uomo di cui oggi molti reclamano l’eredità: i suoi progetti per una riforma complessiva dello stato liberale, le sue spinte alla riscoperta effettiva delle autonomie locali, il suo attacco alla “partitocrazia” sono, ancora oggi, di una modernità straordinaria.

La fedeltà alla propria missione sacerdotale e alla Chiesa, la passione per le masse popolari e per il loro riscatto sociale, l’ostilità ad ogni forma di ideologia onnicomprensiva e tanto più ad ogni forma di governo autoritario, la convinzione che la democrazia debba essere un autentico valore anche per la coscienza cristiana e che comunque essa non sia affatto un dono privo di costi e di fatica: questi e altri ancora furono i percorsi che il prete siciliano riuscì a far crescere e maturare nel laicato cattolico.

Le scelte di campo

Don Sturzo si rese conto, molto presto, delle terribili condizioni di vita della popolazione italiana del primo Novecento La mortalità infantile era elevatissima (un bambino su quattro moriva nel primo anno di vita). L’età media era abbondantemente sotto i cinquant’anni. L’alimentazione – secondo le regioni – si basava sul granoturco, su poco frumento e pochi ortaggi e talvolta sulle erbe selvatiche e le ghiande. Le abitazioni erano tuguri più sovraffollati  e stalle che case. Le condizioni igienico-sanitarie nulla potevano contro il diffondersi delle malattie gastroenteriche, della tubercolosi, della malaria e, al nord, della pellagra. Le condizioni di lavoro erano erano prive della benché minima tutela di legge, in condizioni materiali infami, con orari anche di 15-16 ore al giorno. I lavoratori erano sottoposti al rischio di licenziamenti immediati e quindi di un disoccupazione senza prospettive.

E la Chiesa che cosa faceva? Come si poneva in tutto ciò? In questo quadro dai toni cupi, don Sturzo intravide una Chiesa dedita, in gran parte, alla pratica quotidiana dei sacramenti, condizionata dai rapporti economici stretti con i notabili, soffocata da una diffusa ignoranza ed inerzia.In molti ecclesiastici serpeggiava, in modo manifesto, la nostalgia della cristianità perduta, il risentimento nei confronti dello Stato liberale che aveva preso Roma, tolto il potere temporale al Papa e confiscato i beni della Chiesa. Il non expedit, l’astensionismo elettorale, rischiavano di saldare la concezione cristiana con quella liberale e conservatrice e quest’alleanza se, da un lato, permetteva di offrire un baluardo al pensiero socialista, dall’altro, rischiava di confinare il cattolicesimo a custode di un ordine sociale molte volte diseguale e ingiusto (cosa che, peraltro, notava Leone XIII nella Rerum Novarum, l’enciclica che, nel 1891, aprì la strada alla “dottrina sociale della chiesa”).

A difesa dei valori umani

Per fare questo occorreva un cambiamento radicale. Dall’idea del “partito cattolico” occorreva passare a quella del “partito di ispirazione cristiana”. Nel primo caso, la fede religiosa e l’obbedienza alla gerarchia costituivano gli unici fondamenti dell’azione politica, peraltro finalizzata solamente alla difesa di specifici interessi della Chiesa (l’insegnamento della religione, il matrimonio indissolubile e religioso, le proprietà ecclesiastiche..).

Nel secondo, si doveva, per Sturzo, puntare verso l’intera gamma dei problemi nazionali, lasciando alla gerarchia le proprie specifiche responsabilità e avviando una molteplicità di mediazioni storiche tra la fede e l’azione politica quotidiana: non per sminuirla e sterilizzarla, ma al contrario per valorizzarla senza indebite strumentalizzazioni. Per questo il prete siciliano sostenne “il convincimento oramai generale che i cattolici, più che appartarsi in forme proprie, sentano, con tutti gli altri partiti moderni, la vita nelle sue svariate forme, per assimilarla e trasformarla; e il moderno, più che sfiducia e ripulsa, desta il bisogno della critica, del contatto, della riforma”.

Io suppongo i cattolici come tali, non come una congregazione religiosa, che propugna da sé un tenore di vita spirituale, né come la turba dei fedeli che partecipa attivamente o passivamente alle elevazioni e ai combattimenti di vita spirituale, né come un partito clericale che difende i diritti storici della Chiesa; ma come una ragione di vita civile informata ai principi cristiani nella morale pubblica, nella ragione sociologica, nello sviluppo del pensiero fecondatore, nel concreto della vita politica

Occorreva dunque, da credenti che cercano dentro il pluralismo il “bene comune”, “mettersi a pari degli altri partiti”, usare gli strumenti moderni della propaganda, della stampa, dell’organizzazione e del voto, evitando di rimanere intrappolati nel clericalismo e nell’idea di essere “gli unici depositari della religione” oppure una “armata permanente delle autorità religiose che scendono in guerra guerreggiata”.

Da soli, specificatamente diversi dai liberali e dai socialisti, liberi nelle mosse, ora a destra e ora a manca, con un programma consono, iniziale, concreto e basato sopra elementi di vita democratica: così ci conviene entrare nella vita politica (…) La necessità della democrazia nel nostro programma? Oggi io non la saprei più dimostrare, la sento come un istinto; è la vita del pensiero nostro. I conservatori sono dei fossili, per noi, siano pure dei cattolici: non possiamo averne alcuna responsabilità. Ci si dirà: ciò scinderà le forze cattoliche. Se è così, che avvenga. Non sarà certo un male quello che necessariamente deriva da ragioni logiche e storiche e che risponde alla realtà del progresso umano.

Un partito con il programma al centro

Il Partito Popolare, che Sturzo fa nascere nel 1919, ebbe chiaro subito il valore della sua ispirazione cristiana non angusta (“E’ superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico: i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall’inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, ed abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione..:”).

Ma ebbe chiara anche la necessità di porre al centro un programma: da questo, e non da altro, sarebbe stato giudicato dai cristiani e dai non cristiani.  A rileggere le tesi presentate al primo Congresso si resta sorpresi dall’attualità del progetto popolare: un partito riformista, e non solo rivendicativo, volto al ridimensionamento dello Stato accentratore, alla valorizzazione  delle autonomie locali e dei corpi sociali, al varo di una politica estera pacifista e internazionalista. Un partito aconfessionale, autonomo dalla Chiesa e dalla gerarchia.

Don Sturzo pagherà duramente alcune di queste sue scelte. Abbandonato dalla gerarchia ecclesiastica che gli preferirà il “convertito” Mussolini, considerato più sicuro per garantire alcuni interessi, lasciato in esilio anche dopo la fine della guerra (un suo immediato ritorno avrebbe potuto creare problemi al nascente partito democristiano), passerà gli ultimi anni della sua vita a battersi contro le commistioni tra Stato ed economia, attraverso gli strumenti dell’industria pubblica, a criticare il “centralismo romano”, a pensare percorsi possibili per le autonomie locali.

La fatica e la solitudine don Sturzo le aveva predette nel 1936 ad una lettera inviata ad alcuni amici spagnoli:

Ci sono partiti che non hanno altro scopo che la conquista del potere; per tali partiti la sconfitta è una vera perdita; il loro lavorio sarà di nuovo quello di guadagnare adepti per un’altra lotta. I partiti che invece hanno un ideale più alto, la realizzazione di un programma morale e sociale, sanno utilizzare la sconfitta a un più vantaggioso piano d’azione. Noi siamo a favore di questo secondo tipo di partiti. Però ad una condizione, che non si abbia fretta, che si imiti la pazienza di Dio per realizzare il programma in tutta la sua estensione.

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