Deme ancora da pecar, datemi ancora da peccare. A lezione di poesia da Eugenio Tomiolo

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Deme ancora da pecar. A gennaio del prossimo anno Franco Loi compie 90 anni. E’ del ’30, intanto che si può ancora dire……. Se vista e memoria pagano dazio al suo tempo, consapevolezza e una buona fisicità ne fanno un vecchio che ama la vita e che mantiene una relazione buona con il mondo. Voglio bene a questa sua presenza, così com’è, che a volte permette di farci due risate e a me di rispondere ai suoi indovinelli proposti sotto la  forma della dimenticanza che hanno  i vecchi – Come si chiama quello là che…..macché!…. Vado a scuola contento come mai mi è capitato nella vita e se ci penso mi viene da piangere.

Franco vive in un appartamento dei condomini anni ’70 di Viale Misurata a Milano, con Silvana sua moglie; esce di rado e si mantiene in forma facendo, tutte le mattine, 6.000 passi (li conta, 11 passi di percorrenza, all’inizio dell’anno scorso però erano 10.000….). Contemporaneamente prega. Per chi conosce la storia di Franco, questa cosa è intrigante. Lui dice che prega non per sè, e ci credo non si permetterebbe, ma per i “suoi” morti. Chi prega, per cosa prega e chi sono i suoi morti è oggetto delle nostre chiacchierate telefoniche o vis a vis di queste ultime settimane, ha in testa un  un ordine, di cui dico solo il mio stupore affascinato, e una chiara consapevolezza delle ragioni per cui questi sono i “suoi” morti.

Nel gruppo dei suoi Maestri morti, per cui prega (sono 3 o 4), Eugenio (insieme a Emilio Sereni, a volte uno a volte l’altro, prima di Socrate per dire….) Tomiolo viene per primo. Quando Franco parla del Genio cambia persino voce ed ha un parlare che affoga nell’amore, nella tenerezza, e allora allarga le vocali con dolcezza. Se Sereni è stato per lui iniziatore alla poesia ( ….dopo aver letto i testi di alcune mie poesie, mi ha abbracciato e piangendo mi ha detto che avrebbe voluto averle scritte lui, e poi le ha subito pubblicate…..),  Eugenio Tomiolo gli è stato Maestro nella visione del mondo.

Eugenio Tomiolo nasce a Venezia nel 1911 e muore a Rovigo nel 2003. Artista, pittore, incisore, scultore, poeta di lingua prima (il veneziano della prima metà del ‘900).  Franco Loi in una delle numerose occasioni in cui ha scritto di lui presentando le sue opere dice: Eugenio Tomiolo è uno dei grandi artisti italiani del ‘900. Veneziano ma con esperienze artistiche che l’hanno portato a contatto con i più importanti centri culturali di Roma negli anni ‘30 e di Milano dal 1946 ad oggi. Ha dietro alle spalle un’opera immensa di grande valore – migliaia di quadri, affreschi, mosaici – uno sterminato operare sul disegno ed un grande lavoro sull’incisione (sue acqueforti sono al Cabinet des Estampes de la Biblioteque National de Paris insieme a quelle di Morandi tra gli italiani).

…Tomiolo ritiene che ciò che è astratto è realizzato nel concreto, fa tutt’uno con la forma. Per usare una sua espressione: “se energia, massa, luce e tempo si presentano a noi nelle forme degli esseri e delle cose in natura, l’artista deve pur fare la fatica di giungere alla compiutezza della forma”.

L’arte di Tomiolo è ricca di questo sforzo, nell’intento di suscitar pensieri nel trascorrere tra le forme e, nel farlo, ottemperare al semplice apparire delle forme naturali. Come dice in una sua poesia, l’immagine si fa allegoria nella realtà: “el mondo xe pitura e mi ghe stago” / no importa cossa el veda, cossa el fassa / sto me penelo desfinà da l’uso / vedo natura farse alegoria / che la se volta per mostrarne el viso”. È tuttavia un compito doveroso quello dell’artista: riaddensare attorno alle cose i significati riposti, far riemergere dalle forme la pienezza di risposte, non attraverso concetti o intellettuali spiegazioni, ma nell’abbraccio del sentire con la mente”.

Nell’ultima fase della sua vita Tomiolo pubblica le sue raccolte di poesia scritta in veneziano: Oseo Gemo, Aqua, Farse la luna, El mondo xe pitura. Franco Brevini ne pubblica in Inediti di Poeti dialettali del Novecento e lo riconosce come erede di Giacomo Noventa.  Sono belle, calde e raspose poesie. Qui mi sono permesso, è la prima volta da sempre che lo faccio, di tradurre nella mia lingua prima un poeta dialettale. Il risultato è che fare delle prove serve…… eccole nelle 2 versioni (venessiàn e bergamasch) nella interpretazione di Fèro.

Grande Rispetto a Eugenio Tomiolo,  amico e Maestro di Franco Loi che prega tutti i giorni per lui nei suoi passi.

 

I  in bergamasch  letta da Fèro

I  in venessiàn     letta da Fèro 

 

I

Come l’ma piaserèss fà öna poeséa
ligéra che la restèss tacada in ària

I

Cossa me piasaria far ‘na poesia
liniera che restasse su par l’aria

Come mi piacerebbe fare una poesia / leggera che rimanesse sospesa nell’aria.

Eugenio Tomiolo da Osèo gemo, Milano, Scheiwiller, 1984 Presentazione di Franco Loi.

 

II  in bergamasch  letta da Fèro 

II  in venessiàn     letta da Fèro 

 

II

Óter dìm amò de fà i pecàcc, ö bóf de fiât dìmen,
e va promète amò, pò, de übidì,
che del negót di pecàcc che fó
ol me pé a l’lasserà la stréssa ’n tèra
quando i me strosserà vià a la promèssa.
Me l’só mia, e gna óter dóca l’savrì
se l’è del sò de zontaga régole al mistére.
Fòrse fa pecàt a l’è res-cià öna stòria nöa.

II

Deme ancora da pecar, un fià vu deme,
e ve prometo ancora, po’, de obedir,
che del gninte de ‘sto mé pecar
lassarà ‘sto mé pìe la strissa in tera
cô i me strassinarà a la promessa.
Mì no so, né vu donca savaré
e xé proprio zontar dime al mistero.
Forse pecar xé tentar ‘na nova.

 

 

 

[Datemi ancora da peccare, un respiro datemene] Voi datemi ancora da peccare, un respiro datemene, | e vi prometto ancora, poi, di obbedire, | che dal niente di questo mio peccare | lascerà questo mio piede la striscia in terra | quando mi trascineranno alla promessa. | Io non so, e nemmeno voi dunque saprete | se è appropriato aggiungere norme al mistero. | Forse peccare è tentare una notizia.

Eugenio Tomiolo da Osèo gemo, Milano, Scheiwiller, 1984 Pres. Franco Loi. In Poeti dialettali del Novecento, a c. di Franco Brevini, Torino, Einaudi, 1987

III  in bergamasch  letta da Fèro 

III  in venessiàn     letta da Fèro 

III

E fà la éta se to ölet restà iv,
E và sö i prâcc di fiùr e basa i èrbe,
Ai erità ’mpedide té diga de sé.
À là, camina, préga, varda ol fàs sö del mond
Al disegnà scrupulùs che Dio comanda.
Stà a la buna ’n do che töt a l’grégna,
Gódet ol frèsch e gódet ol sidràt.
Crèd mia de ès per tò cönt, töt l’è iv,
Canta e rebómba, suna che l’te canta dré.
Chèl là che l’dà fò a l’sà i pàrcc.
Da sura de sto mür a l’böta töta l’öa
Ciciada robada sügada scüra de àe.

III

E vivi se ti vol restar vivente,
E va sui prà dei fiori e erbe basa,
E verità precluse a ti ti aceta.
Va, camina, ora, varda farse el mondo
Al disegnar coreto o divin modo.
State a la bona indove ride el tuto,
Godite el fresco e godite l’arsore.
No credar d’essar solo, tuto vive,
Canta e rissona sona e ti ricanta.
Quel che distribuisse el sa e parte.
Da su’ sta mura buta tuta l’uva
Susà furà sugà scura de ave.

[E vivi se vuoi restar vivente] E vivi se vuoi restar vivente | E va sui prati dei fiori ed erbe bacia. | La verità precluse a te tu accetta. | Va, cammina, prega, guarda farsi il mondo | Al disegnare corretto o divin modo. | Statti alla buona dove ride il tutto, | Goditi il fresco e goditi l’arsore. | Non credere d’esser solo, tutto vive, | Canta e risuona suona e ti ricanta. | Quel che distribuisce sa le parti. | Da su questa mura butta tutta l’uva | Succhiata rubata asciugata scura di api.
© Eugenio Tomiolo da Inediti in Poeti dialettali del Novecento, a c. di Franco Brevini, Torino, Einaudi, 1987

Per conoscere Eugenio Tomiolo questo sito, sicuro, merita. http://www.eugeniotomiolo.it/

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