Filippo Grandi: in Occidente la narrazione sui migranti ha creato un’ossessione per gli arrivi

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«A pochi giorni dall’offensiva turca contro i Curdi, ulteriore tassello dell’infinito conflitto siriano che si protrae ormai da otto anni, si stima che siano oltre centomila le persone in fuga e che potrebbero aumentare fino a mezzo milione, con movimenti che potrebbero interessare non soltanto la Siria, ma estendersi all’Iraq e all’intera regione»: sono queste le parole di Filippo Grandi,  Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ospite sabato 12 ottobre al Teatro Giovanni XXIII di Sotto il Monte per concludere la settimana giovannea. L’Alto Commissario ad apertura del proprio intervento, prima di rispondere alle domande di Alberto Ceresoli, direttore dell’Eco di Bergamo, rispetto al sempre attuale fenomeno della migrazione, ha però voluto ricordare, citando le sue parole «proprio in questo luogo che ha dato i natali al Papa della pace», che non bisogna mai dimenticare che all’origine della migrazione vi è spesso un conflitto, che è, appunto, assenza di pace.

Grandi, benché dichiari il proprio ottimismo quale conditio sine qua non per poter svolgere il proprio lavoro, ammette, però, la propria preoccupazione nei riguardi di una comunità internazionale incapace di fare la pace, «non tanto rispetto ad una comune presa di posizione politica, bensì di fronte alla sensibilità umanitaria elementare» aggiunge (facendo riferimento alla mancanza di unanimità del Consiglio di Sicurezza dell’ONU rispetto alla condanna dell’attacco turco dei giorni scorsi, ndr).

Allargando l’orizzonte della discussione al fenomeno della migrazione in generale, ampliandolo rispetto al solo gruppo dei rifugiati che, per la propria connotazione giuridica, godono di diritti speciali, Grandi invita a ripensare la narrazione costruita attorno al fenomeno migratorio, trasformatasi in Europa in un’ossessione per gli arrivi. «A causa di questa ossessione per gli arrivi, in Europa, purtroppo, una certa politica ha capito che sfruttare la paura e il disagio, assolutamente legittimi, per stigmatizzare chi chiede accoglienza porta consenso. Spesso queste paure derivano da fenomeni di esclusione e sfruttare l’esclusione per escludere i più marginalizzati è aberrante e inutile, perché non risolve nessuno dei due tipi di esclusione. Questa narrazione, però, rischia di far dimenticare che la soluzione non è quella del rafforzamento dei confini, bensì quella di promuovere reali programmi di sviluppo nei Paesi di origine, che non siano espressione di un’assistenza strategica, ma che anche nei contesti umanitari abbiano una visione a lungo termine. E oltre a provare a ripensare come intervenire sulle cause che costringono le persone a lasciare il proprio Paese, bisognerebbe ripensare anche quelle che sono le conseguenze della migrazione, l’impatto che questa ha rispetto ai Paesi di arrivo: questo significa colpevolizzare e sanzionare i trafficanti, non i trafficati; questo significa adottare politiche lungimiranti, anche in termini economici, come quelle attuate dalla cancelliera Merkel, capace di vedere in migranti e rifugiati una risorsa per il futuro della Germania; questo significa, infine, che, però, accanto ad un interesse pratico, vada agita una resilienza della solidarietà, globale così come locale, consapevoli dell’arricchimento moltiplicatore dell’accoglienza».

Le parole di Grandi, come del resto l’operato dell’organizzazione di cui è a capo, sono espressione del quotidiano e incessante negoziato che ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, ndr) svolge con pazienza, prudenza e astuzia in tutti i territori di conflitto, quali la Libia, un Paese, secondo grandi, «di estremamente complessa gestione, in cui le agenzie internazionali vengono accusate di non fare abbastanza, ma in cui esiste una costellazione di forze rivali che non vogliono fare la pace», ispirandosi, però, al messaggio sempre attuale – oggi più che mai – del Papa della pace, diplomatico capace di riconoscere nelle persone in fuga uomini e donne con «medesima origine, medesimi destini».

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