Il “fallimento” non può essere l’ultima parola. Una scuola per rinascere dalle sconfitte

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Nei giorni scorsi si è celebrata in Finlandia la “Giornata nazionale del fallimento”. Una ricorrenza un po’ strana per un Paese molto rigido nel rispetto dei meccanismi economici e sociali. L’idea era venuta a un gruppo di studenti universitari che si erano messi a riflettere su tante storie di fallimento nei mondi dell’economia, della politica, della cultura, dello sport.

Non è stata un’idea peregrina visto che a Modena da due anni è aperta la “Scuola del fallimento” dove si impara a perdere per vincere, dove si prende lezione dagli errori compiuti per correggersi e riprendere il cammino.
Il fallimento sale in cattedra, non è mandato per punizione dietro la lavagna.
Un’ esperienza interessante, controcorrente e poco conosciuta, come altre nel nostro Paese. Eppure non passa giorno senza che i media raccontino di vicende segnate dalla sconfitta, dallo svanire nel nulla di anni di fatica, dal crollo di progetti. Anche le nuove generazioni si trovano spesso coinvolte in questa spirale.

“Fallire – ha scritto il giornalista Roberto Pavanello  – è una delle più grandi paure del nostro tempo. Poche cose non vengono perdonate quanto il non farcela, il non arrivare primi. Una società competitiva come la nostra difficilmente accetta la sconfitta”.
Questo è vero ed è altrettanto vero che ci sono uomini e donne capaci di elaborare il fallimento fino a trasformarlo in un’occasione per ripensarsi, per rialzarsi, per ripartire. Come quel padre che per spiegare ai figli piccoli il fallimento della sua azienda scrisse una fiaba e in questa narrazione condivisa trovò il coraggio di non arrendersi.

Non è sempre così. Spesso le storie si concludono tragicamente perché il fallimento è inteso come qualcosa di cui vergognarsi, qualcosa che non può essere perdonato neppure dalla famiglia di appartenenza, qualcosa che lede gravemente l’onore. Molti casi, che vedono protagonisti anche i giovani, finiscono nella cronaca nera preceduti o seguiti dal giudizio spietato di una società che impone graduatorie e gradimenti.
Allora può avere senso anche la “Giornata del fallimento” se diventa un percorso in cui apprendere quella che qualcuno chiama “l’arte del fallimento” cioè l’arte di imparare dagli errori, dalle sconfitte e dalle ferite. Un’arte che la saggezza popolare trasmetteva e trasmette con il detto “sbagliando s’impara”.

Il “fallimento” non può essere l’ultima parola, non può essere una pietra tombale. Questo ha insegnato un padre ai propri piccoli figli raccontando il suo fallimento con una fiaba e ricevendo da loro la forza per uscire dal tunnel. Non si è trovato solo nella fatica del cammino di rinascita.
La lezione di un padre e dei suoi piccoli figli insegna che la condivisione della fatica per sconfiggere la sconfitta distingue la società dei volti dalla società delle maschere.

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