La crisi curda e lo sport. Tre storie sui campi di calcio

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La recente offensiva turca nel nord-est della Siria ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle vicissitudini del popolo curdo e sul suo sogno, ancora irrealizzato, di costituirsi in Stato. Un gruppo etnico, il quarto più grande del Medio Oriente, composto da circa 35 milioni di persone che vivono principalmente nel Kurdistan: la regione a cavallo tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia. Con la sconfitta dell’Impero ottomano, alla fine della prima guerra mondiale, gli alleati avevano previsto la creazione di uno stato curdo nel Trattato di Sevres (1920). Tre anni dopo però tali promesse furono disattese e nel Trattato di Losanna vennero stabiliti solo i confini della moderna Turchia, senza prendere in considerazione il Kurdistan. Da allora i curdi, divisi al loro interno in gruppi dalle diverse sfumature linguistico-religiose, sono rimasti una minoranza nelle regioni in cui si sono ritrovati a vivere e, finora, qualsiasi azione volta alla creazione di una Nazione indipendente è sempre stata repressa. Dal 9 ottobre scorso, quando Erdogan ha dato avvio all’operazione “Fonte di pace” per creare una zona cuscinetto nel nord-est della Siria, allontanare dal confine turco le milizie curde, considerate terroriste, e riportare i rifugiati siriani nel loro paese d’origine, il sogno irrealizzato del Kurdistan è di nuovo di estrema attualità. Le vicende di questo popolo e della sua Nazione, di fatto mai nata, sono tornate alla ribalta dopo anni di silenzio, con ripercussioni di portata globale anche nel mondo dello sport.

La nazionale di calcio turca, a sostegno di Erdogan

Il post-partita della sfida di venerdì scorso tra Turchia e Albania, valida per le qualificazioni all’Europeo 2020, è stato a dir poco turbolento. Non tanto per il gol-vittoria in extremis del centravanti Cenk Tosun, quanto per l’esultanza dei calciatori locali che, a fine gara, hanno mimato il saluto militare, davanti al pubblico dello stadio di Istambul. Una forte presa di posizione in sostegno del presidente Erdogan e dell’esercito, proprio nelle ore dell’offensiva turca in Siria, che è subito finita al vaglio della Uefa. «Noi siamo importanti, ma i nostri soldati lo sono di più – ha dichiarato alla stampa il difensore Söyüncü -. Non parliamo di partite, le nostre sono ferite temporanee». Un pensiero che in realtà è comune all’intera squadra: il gesto di omaggio alle forze armate, infatti, è stato poi ripetuto da tutta la Nazionale, staff compreso, negli spogliatoi e documentato da una foto di una trentina di persone, facenti il saluto militare, postata sui social. Scatto diventato in poche ore virale e che obbliga la Uefa ad aprire un’inchiesta poiché, da regolamento, sono vietati riferimenti politici e religiosi. Intanto, cresce l’allerta per le prossime gare internazionali della formazione turca, al centro di una vera e propria bufera mediatica.

L’Amedspor, la squadra curda in campo per la libertà

Nel febbraio del 2016, l’unità anti-terrorismo della polizia turca fece irruzione nella sede dell’Amedspor, sequestrando computer e documenti dagli uffici societari. Il motivo è molto semplice: l’Amedspor, infatti, rappresenta la città di Diyarbakir, capitale non riconosciuta del Kurdistan turco. Dopo anni con il nome Diyarbakır Büyükşehir Belediyespor, nell’ottobre del 2014, il club di terza serie decise di valorizzare le radici curde della squadra, cambiando denominazione e colori sociali. Una presa di posizione forte, condannata dalla federcalcio turca con una multa di 3000 €: l’esposizione di bandiere e colori del Kurdistan negli stadi è infatti considerata una minaccia all’integrità nazionale e, di conseguenza, viene punita anche con il divieto per i tifosi di assistere alle gare in trasferta. Il tweet in questione, ormai eliminato, dedicava l’incredibile vittoria contro il quotato Bursaspor a chi combatteva nelle città di Şırnak e Diyarbakır e, più in generale, a tutto il popolo curdo. «Siamo fieri – scrisse il calciatore Deniz Naki, parafrasando i cori patriottici dei suoi tifosi, e per questo squalificato dalla federcalcio per dodici giornate – di essere un piccolo spiraglio di luce per la nostra gente in difficoltà. Come Amedspor, non ci siamo sottomessi e non ci sottometteremo. Lunga vita alla libertà!».

Il Dalkurd, squadra svedese fondata da immigrati curdi riparati in Scandinavia

Costruire una squadra di curdi, per ottenere attraverso il calcio il consenso globale e rafforzare l’identità di un popolo oppresso: era questo l’obiettivo di alcuni profughi provenienti da Mardin, nel sud-est della Turchia, che nel 2004 fondarono a Borlänge, 200 chilometri a nord di Stoccolma, il Dalkurd. La formazione, con simbolo e colori rigorosamente curdi, è cresciuta nel tempo ed attualmente rappresenta una realtà consolidata nel panorama calcistico scandinavo. La rosa è composta in prevalenza da giocatori svedesi, con famiglie originarie dal Kurdistan: il capitano Peshraw Azizi, ad esempio, è figlio di un ex combattente peshmerga. «Mio padre – ha detto il classe ’88 in un’intervista – è stato per tanti anni in prima linea e io adesso continuo la sua battaglia, non con la guerra ma attraverso il calcio. Quando sono andato in visita ai peshmerga, mi hanno riconosciuto e mi hanno chiesto di farli felici con il pallone. Per me, quella sportiva è una lotta altrettanto importante per la causa curda». I peshmerga sono i soldati pronti a guardare in faccia la morte, ovvero quel fatale destino a cui il Dalkurd è andato molto vicino: il 24 marzo 2015 infatti la squadra, di ritorno dalla Spagna, avrebbe dovuto imbarcarsi sul volo Germanwings 9525, tragicamente precipitato sulle Alpi; l’attesa da sostenere a Düsseldorf venne però giudicata eccessiva e così la formazione tornò in Svezia con altri aerei, evitando inconsapevolmente la morte.

 

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