La difficile, dolorosa memoria dell’Europa. Fascismo, nazismo, comunismo

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Europa, memoria e futuro. Una risoluzione

Il futuro dell’Unione europea poggia sulla costruzione attiva di una memoria condivisa e, dunque, di un giudizio storico comune sugli eventi del ‘900, che hanno portato alla Seconda guerra mondiale. Esigenza, questa, sentita soprattutto dai Paesi dell’Est europeo e dei Paesi baltici, finiti per quarant’anni sotto il tallone sovietico e rientrati di recente nella famiglia europea. Di qui la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019, dal titolo “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”. In essa si parte dal “riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo” e si sottolinea che “i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell’umanità”.

Le contestazioni, quelle storiografiche e quelle politiche

La Risoluzione ha generato, soprattutto in Italia, contestazioni tanto accademiche quanto politiche.

Quelle accademiche le hanno rimproverato di aver fatto un uso troppo disinvolto della storia, almeno su due punti: l’aver ridotto le cause della Seconda guerra mondiale alla quarta spartizione della Polonia – dopo le tre di fine Settecento tra Prussiani, Austriaci e Russi – formalizzata con il Trattato Von Ribbentrop-Molotov del 23 agosto 1939; l’aver taciuto sulle responsabilità che i singoli Paesi dell’Est hanno avuto nell’eliminazione o nella deportazione delle loro minoranze nazionali e religiose e nella pratica dell’antisemitismo, soprattutto in Polonia.

La contestazione storiografica è fondata. Nel 1919, uscendo dalla Conferenza di Pace a Versailles, il Primo Ministro britannico Lloyd George aveva osservato che là erano già state poste le premesse di una prossima guerra entro trent’anni. Scoppiò dopo venti. Il Patto Von Ribbentrop-Molotov non provocò la guerra, fu l’ultimo passo diplomatico di una guerra già decisa. Nella scrittura della Risoluzione si sente l’odore dell’inchiostro polacco.

Le contestazioni politico-ideologiche sono state le più aspre: la Risoluzione è stata accusata dall’ANPI e da intellettuali e storici di sinistra di aver posto comunismo e nazismo sullo stesso piano e, pertanto, di “sdoganare ideologie neo-fasciste”.

Luciano Canfora ha spiegato in un’intervista radiofonica che sì, è vero, Hitler aveva i Lager e Stalin i Gulag, ma con finalità profondamente diverse: il primo praticava lo sterminio dei prigionieri, il secondo si proponeva la rieducazione dei “nemici di classe”. Metodo “aspro” quello staliniano, ma le intenzioni erano buone. Non è ancora stato assodato precisamente quanti dei 18 milioni di prigionieri passati nei Gulag dal 1929 al 1953 siano morti – pare oltre due milioni e mezzo –  perché renitenti alla pedagogia di Stalin.

Canfora arriva a citare, nella sua difesa di Stalin, il discorso di De Gasperi al Teatro Brancaccio del 23 luglio 1944, nel quale il leader cattolico si profonde in un’esaltazione di Stalin, nella speranza che si impegni a restaurare una Polonia unita e cattolica. Stalin risponderà un anno dopo, spostando a Ovest di 200 chilometri i confini russi con la Polonia e inglobandola nel sistema sovietico: unita, ma amputata e sovietizzata.

Contestazioni fondate? Sono fondatissime, a condizione di assumere acriticamente l’interpretazione della storia del ‘900 costruita da Palmiro Togliatti e dai suoi intellettuali. La tesi di fondo è quella ancora ribadita in “50 anni nel Pci”, l’autobiografia di Emanuele Macaluso del 2003. La fondazione dell’Unione sovietica avrebbe rotto la rete mondiale del capitalismo, dell’imperialismo, del colonialismo, avrebbe aperto la strada alle lotte di liberazione, avrebbe contrastato efficacemente il dominio mondiale degli USA e garantito spazi di libertà in tutto il mondo, Europa compresa. Perciò, mettere sullo stesso piano di disvalore il totalitarismo comunista e quello fascista e nazista è un falso storico, una bestemmia. Come ha scritto M.G. Meriggi, già docente di Storia all’Università di Bergamo, “i comunismi” hanno prodotto libertà, il fascismo e il nazismo hanno generato barbarie. A questa catafratta convinzione storica e storiografica si aggiunge la constatazione che, in effetti, decine di migliaia di militanti comunisti hanno gettato generosamente la vita nella lotta contro il nazi-fascismo, nei movimenti di Resistenza, nei campi di concentramento.

Sarebbe probabilmente ingenuo invitare Macaluso e Canfora a fare un esperimento mentale di storia controfattuale: se la Rivoluzione di febbraio del 2017 di A. Kerenskji si fosse consolidata, se fosse sorta una grande potenza democratica russa,  il fascismo e il nazismo avrebbero avuto lo stesso successo? Avremmo avuto vuto una nuova guerra mondiale? E poi una nuova guerra fredda? Ecc… ecc…

Comunismo e fascismo-nazismo. Le differenze e il totalitarismo che li accomuna

Certo, è evidente che le basi filosofiche e culturali del comunismo e del fascismo/nazismo sono molto diverse. Alle origini del primo sta l’intera storia intellettuale e politica europea, a partire dall’Illuminismo, dal Giacobinismo, dall’Hegelismo, dal Marxismo… La storia umana è storia di progresso e di redenzione ad opera di avanguardie illuminate, di “catari” senza macchia. Anch’essa deve però attraversare la sua “Via crucis”, quella in cui il proletariato prende il potere e schiaccia con la violenza dello Stato le classi che fino a ieri lo hanno sfruttato e oppresso e le costringe a portare la croce fin sulla cima. E’ il periodo del socialismo, in cui si compie la transizione dal capitalismo al comunismo autentico. Poi arriveranno “i domani che cantano…”, come profetizzava il poeta comunista francese Paul  Éluard.

Dietro al movimento fascista e nazista stanno altri soggetti: la nazione, la razza, la terra e il sangue, la comunità, il popolo nuovo, Das Volk. Stanno le corporazioni ottocentesche degli studenti tedeschi – le Burschenschaften – che, prendendo troppo sul serio i “Discorsi alla nazione tedesca” di Fichte del 1808, bruciavano in piazza i libri giudicati antitedeschi. H. Heine bollò questo rito del rogo dei libri – la Bücherverbrennung – che sarà ripreso dai nazisti nel 1933 – con le seguenti parole: “Dort, wo man Bücher verbrennt, verbrennt man am Ende auch Menschen” – Là, dove si bruciano libri, alla fine si bruciano uomini -. Dietro stanno l’antisemitismo cattolico-bavarese e quello luterano, lo storicismo antisemita di E. Treitschcke, la grande scuola filologica del Wilamowitz, la cultura dello “spirito tedesco in pericolo” – Deutscher Geist in Gefahr – e “l’Essere si può dire solo in tedesco” di Heidegger. Sta tutto questo e molto altro.

Dunque, differenze ideologiche fondamentali tra comunismo e nazifascismo, ma accomunati dalla sindrome della redenzione, dall’idea di piegare la storia e i singoli dentro un progetto cogente, giusto, razionale, più forte dei singoli. Questo è il totalitarismo che li accomuna: il duplice rifiuto dei diritti fondamentali della persona umana e della separazione liberale dei tre poteri.

Gli intellettuali comunisti italiani rivendicano orgogliosamente la diversità del comunismo italiano di Togliatti e di Berlinguer rispetto a quello staliniano. L’unica diversità è che i comunisti italiani non sono mai stati messi alla cruciale prova del potere. Eppure, non soltanto hanno mantenuto saldi legami organizzativi fino al 1989, ma, soprattutto, hanno conservato affinità ideologiche. La più rilevante: la pericolosa e antidemocratica utopia berlingueriana, per la quale “la democrazia progressiva” e “le riforme di struttura”, ottenute per via democratica e per via di compromesso storico, avrebbero modificato irreversibilmente la struttura socio-economica del Paese, rendendo impraticabile ogni ritorno all’indietro. I rapporti sociali di produzione capitalistici si sarebbero dissolti in una dolce eutanasia, “assistita” dalle masse comuniste e cattoliche. Attraverso quale violenza sulle persone e sui corpi sociali? Fortunatamente la storia italiana ci ha risparmiato la risposta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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