L’eredità missionaria di Antonia Locatelli, una vita spesa accanto ai poveri

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«Antonia ci lascia una grande testimonianza di vita per trasparenza e dedizione, ma soprattutto ci lascia una grande eredità missionaria che dobbiamo raccogliere». Con queste parole, durante la Veglia per la consegna dei crocifissi a sei missionari, svoltasi in Cattedrale la sera del 18 ottobre, il vescovo Francesco Beschi ha ricordato Antonia Locatelli, scomparsa a 74 anni agli albori dello stesso giorno in Borgo Santa Caterina, dove era nata il 19 settembre 1945. La sua storia è quella di una missionaria laica che ha fatto della sua professione di infermiera professionale un servizio totale ai più poveri in tre nazioni. Da giovane, ascoltando una omelia in parrocchia, rimane colpita dalle parole del sacerdote: «Anche oggi, in questa Messa, il Signore può chiamare qualcuno». E queste parole le restano stampate nella mente, anche negli anni di infermiera agli Ospedali Riuniti, fino alla scelta definitiva. Nel 1972 raggiunge il Laos, nella capitale Vientiane, dove si prende cura di malati e anziani e gestisce un centro che accoglie gli studenti. Qui aderisce all’istituto secolare delle Ausiliatrici di Maria Madre della Chiesa, che ha il carisma della formazione umana e cristiana della donna. Tre anni dopo, a causa dell’avvento del fanatico e sanguinario regime comunista, è costretta a rientrare a Bergamo, dove ritorna a lavorare come infermiera ai Riuniti. Nel 1978 parte per le Filippine, ma due anni dopo, per malattia, ritorna a Bergamo, lavorando ancora ai Riuniti. Dopo la pensione nel 1992, sente parlare della Bolivia. Si riaccende la scintilla missionaria e raggiunge Cochabamba, dove gestisce un piccolo ospedale. Nel 2004 ritorna a Bergamo, ma due anni dopo riparte per la Bolivia, a Tarija, dove si prende cura dei malati in un piccolo ospedale, oltre a seguire i ragazzi di strada ospitati in un centro. «Era una donna di grande fede, che ha servito i più poveri dei poveri — ricorda commosso don Mauro Palamini, collaboratore del Patronato, che l’ha conosciuta quando svolgeva il ministero in Bolivia —. Tutti la chiamavano “hermana Antonia”, cioè sorella. La sua automobile era diventata una ambulanza che ha trasportato negli ospedali tantissime persone».

Tre anni fa il ritorno a Bergamo, nella sua amata Borgo Santa Caterina. Ma anche qui non conosce l’ozio. Infatti, oltre a impegni parrocchiali, per un periodo accoglie in casa una donna boliviana bisognosa di cure mediche. Nel 2017, per «una vita ordinaria diventata straordinaria per la semplicità e intensità con cui è vissuta», come recitava la motivazione, riceve il premio Papa Giovanni dal Centro missionario diocesano dalle mani del vicario generale monsignor Davide Pelucchi. Un premio che, inizialmente, per sua ammissione, è incerta ad accettare. «Il bene si fa in silenzio — aveva affermato in quella occasione —. Sono sicura di non avere più meriti di altri missionari. Ma accetto il premio nel nome di tutti i missionari che hanno speso la vita per la Chiesa e per la missione».

 

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