Sono stata a un ritiro spirituale. Ho pensato che voi monache siete delle privilegiate

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Sono stata sola, per alcuni giorni, per un ritiro spirituale. Sono stata benissimo, al punto di sentire un po’ di rimorso per il fatto che sono stata bene senza marito e figli. Ma voi, che siete sempre senza marito e senza figli, non avete qualche volta la sensazione di essere delle privilegiate? Silvia

Cara Silvia, la tua domanda  ha fatto nascere in me alcune riflessioni che cerco di condividere. L’esperienza di un ritiro spirituale, se attesa e desiderata da tempo, è sempre positiva e arricchente.

Il silenzio e la preghiera fanno rinascere

Sostare nel silenzio, cuore  a cuore con il Signore, in ascolto della sua Parola, rinnova quella relazione personale che deve alimentare la vita quotidiana, luogo privilegiato di testimonianza cristiana. Travolti dallo scorrere del tempo e dagli impegni familiari o lavorativi, scegliere un tempo di preghiera è un privilegio perché, spazio prezioso per immergersi nel mistero di Dio per cercare di ridare ordine alla vita dissipata unificandola nel centro vitale della fede in Gesù. E’ dono da custodire, da ripetere possibilmente ogni anno.

Uscire un poco dal quotidiano è “rigenerante”, ma non deve essere una fuga o una forma di ripiegamento in un mondo “spirituale”, poiché il nostro posto è nella realtà. Essa è il luogo in cui apprendere l’arte del pensare e agire credente, attraverso le modalità vocazionali nelle quali il Signore ci ha chiamato.

Al Signore si risponde dal posto nel quale Lui ci ha collocato

Non so che cosa significhi per te l’essere stata bene senza marito e figli, ma suppongo che tu abbia vissuto un sano distacco dalle solite dinamiche familiari e relazionali,  sperimentando per un tempo ristretto un’altra dimensione del vivere. Il privilegio non è nell’avere o no marito e figli, ma nell’essere nel posto e nel luogo che il Signore vuole per noi, quello pensato per il bene di ciascuno.

Questa è la sfida più importante! Il vivere esperienze spirituali intense porta con sé il rischio di assolutizzarle come l’unica via cristiana possibile per essere in comunione con il Signore e  credere  che la vita migliore sia un’altra da quella abbracciata: questo ha come conseguenza l’essere sempre nel posto sbagliato, in un luogo esistenziale illusorio.

Pregare il Signore è costruire una relazione con lui che permetta di inserirsi sempre più profondamente nella vita reale e concreta alla quale siamo stati chiamati e che abbiamo scelto  senza fughe fantastiche: questa è una tentazione sempre in agguato. Ogni vocazione ha  le sue gioie e le sue fatiche da attraversare con fede e perseveranza, in una fedeltà quotidiana che si consuma giorno dopo giorno, passo dopo passo.

Anche nel monastero dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità

Vivere in monastero, senza marito e senza figli, come tu dici, non è garanzia di una vita spirituale, né di una pace perenne che eviti le fatiche della sequela. Esige l’impegno di “esserci” con tutto ciò che siamo, in uno stato continuo di conversione e rinnovamento, consapevoli delle proprie debolezze e fragilità da consegnare ogni giorno al Signore nella preghiera e in una relazione fiduciosa di figli al proprio Padre.

Si ricomincia ogni giorno a essere cristianianche in monastero, come si ricomincia ogni giorno ad essere madri di famiglia e spose. Il vero “privilegio” è l’essere stati chiamati alla fede e alla sequela del Signore, aver colto il suo sguardo d’amore su di noi e avervi aderito con tutto lo slancio del cuore e degli affetti, in quel disegno d’amore nel quale ci troviamo e che abbiamo scelto come risposta alla sua chiamata.

La gente che Dio non ritira dal mondo

Ci sono luoghi in cui lo Spirito soffia in modo privilegiato, ma c’è uno Spirito che soffia in tutti i luoghi: è da ascoltare, custodire, alimentare. «C’è gente che Dio prende e mette da parte. Ma ce n’è altra che egli lascia nella moltitudine, che “non ritira dal mondo”.

È gente che fa un lavoro ordinario, che ha una famiglia ordinaria. Costoro amano il loro uscio che si apre sulla via, come i loro fratelli invisibili al mondo, i monaci, amano la porta che si è rinchiusa dietro di loro. Noi altri, gente della strada, crediamo con tutte le forze che questa strada, che questo mondo dove Dio ci ha messi è per noi il luogo della nostra santità. Noi crediamo che niente di necessario ci manca, perché se questo necessario ci mancasse Dio ce lo avrebbe già dato.  Il silenzio non ci manca, perché lo abbiamo. Il giorno in cui ci mancasse, significherebbe che non abbiamo saputo prendercelo. Tutti i rumori che ci circondano fanno meno strepito di noi stessi. Il vero rumore è l’eco che le cose hanno in noi. Non è il parlare che rompe il silenzio. Il silenzio è la sede della Parola di Dio, e se, quando parliamo, ci limitiamo a ripetere quella parola, non cessiamo di tacere. Nella strada, stretti dalla folla, noi disponiamo le nostre anime come altrettante cavità di silenzio dove la Parola di Dio può riposarsi e risuonare. In certi ammassi umani, conosciamo un silenzio da deserto e il nostro cuore si raccoglie con una facilità estrema perché Dio vi faccia risuonare il suo nome».

Buon cammino cara sorella! Il Signore ti doni di costruire nel quotidiano spazi di vita interiore, di ascolto della Parola, di incontro con il volto sempre nuovo del Dio di Gesù Cristo in cui radicare il cuore per  abitare la tua vita senza temere di perderti e apprendere l’arte del dialogo con Dio e i fratelli.

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