La parola amùr (amore) in bergamasco non esiste. Ma nei versi diventa autunno, lampo, occhi di frumento

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Con la sensibile luce orientativa di Brunella Sarnataro, e la sua calorosa funzione di allacciamento dei fili e delle prese, risento Mauro Arnoldi, che aveva scritto de i Santì, mia prima raccolta di poesia, pubblicata sulla cresta del passaggio di secolo. Riconosco, nel commento proposto, il pennellare semplice, lucido e diretto, di chi in relazione per amore e per mestiere con la poesia, ha partecipato a questo numero della rubrica, con l’abbrivio di una buona relazione ritrovata e il piacere di metterci del suo. Siamo stati curiosi, a nostro modo, tutti e due, del tempo e del tra. Lo ringrazio Mauro, la prossima un altro buon caffè.

M.A. Ritrovo Maurizio dopo tanto tempo. Anni, quasi venti.
“Quanto tempo, siamo qui e siamo vivi, che bello”, mi scrive in una e-mail. Semplice e chiaro e bello: essere vivi e ritrovarsi.
Ci vediamo: un caffè, quattro chiacchiere, e ne è passata di acqua sotto i ponti dai tempi di Santì.
E altra poesia nel frattempo. Tra i titoli ce n’è uno che mi colpisce: Dialèt de nòcc, d’amùr.

Mi colpisce perché la parola amùr in bergamasco non esiste. Non voglio dire che non esista in assoluto, dico che non esiste nell’uso (e allora non saprei dove altro possa esistere). Non si usa la parola amùr e credo che proprio non esista il verbo amare. Per due che si amano non si va oltre il i se öl bé e se hanno ufficializzato la relazione con un fidanzamento i parla ’nsèma. Di far l’amore poi non se ne parla proprio o se ne parla con espressioni che per carità di patria sarà bello tacere. Espressioni in cui non c’è traccia di amore, ma piuttosto riferimenti ad un faticoso darsi da fare. Fa eccezione (e ci piace per gioiosa levità) fà bél.

Dal profano al sacro, anche dell’amore di Dio in bergamasco non c’è traccia a livello lessicale. Escluderei il murdidio! con cui mia mamma tende a stornare da sé ciò che le suscita riprovazione e ribrezzo. (A questo punto sarebbe interessante indagare da un punto di vista sociologico e antropologico una cultura che non ha l’amore – e l’espressione dei sentimenti in generale, direi – nel proprio vocabolario. Quanto pudore, quanta censura, quanta miseria c’è dietro? Ma non è questa la sede). Maurizio Noris lo sa che la parola amùr “…. si usa, adesso, ma è una parola addomesticata” e raccoglie la sfida di usarla, già dal titolo, nella terza sezione della sua raccolta. Cinque  poesie d’amore, ma amore proprio, come lo intendiamo noi, nipoti del Romanticismo e figli di Hollywood, non ülìs bé come dicevano i nostri nonni e genitori. *

E allora nasce la curiosità di vedere come Maurizio riesca a far vivere questa parola in una lingua così refrattaria. Cominciamo col dire che nei cinque testi della sezione la parola amùr compare solo 4 volte,  di cui  3 nel titolo della poesia. Un uso parsimonioso, direi, e riservato perlopiù al titolo del componimento, cioè alla sua più astratta definizione. Perché poi, entrando nel vivo dei versi, l’amore si fa autunno, lampo, occhi di frumento, perde ogni astrattezza e si fa materia, che sostanzia emozioni, sensazioni, paure, speranze e vertigini.

AMÙR  D’ÖTÖRNO di M.N. letta da Fèro. Per sentire

 

AMÙR  D’ÖTÖRNO

L’è ömed ol bósch di tò caèi
e l’ ötörno a l m’è svièss a i mà,
corènte,
menemà che te ’ncarèsse.

Zöghe co la tò bóca
e insèma ’l vènt
che l’ desmentéga ‘mbreàch
andane de fòie sö i strade,
strésse.

I tò öcc i spand  ö marù cóld
de castègne,
de l’amùr che fa de spine
i résse.

La sa delima ràöca la tò us
in gròpa a invèren:
no l’rierà ol zél bianch
co i sò stremésse !

AMORE D’AUTUNNO

E’ umido il bosco dei tuoi capelli
e l’autunno mi è di traverso alle mani,
corrente,
mentre ti accarezzo.

Gioco con la tua bocca
e insieme al vento
che dimentica ubriaco,
file di foglie sulle strade,
strisce.

I tuoi occhi spandono un marrone caldo
di castagne,
dell’amore che fa di spine
i ricci.

Si consuma roca la tua voce
in groppa a inverno:
non arriverà il gelo bianco
con i suoi spaventi !

Amùr d’ötörno gioca sui colori caldi dell’autunno (ma, vade retro foliage!) e su sensazioni e immagini di grande forza sinestetica: umido il bosco dei tuoi capelli, gioco con la tua bocca / e insieme al vento / che dimentica ubriaco, / file di foglie sulle strade, i tuoi occhi spandono un marrone caldo / di castagne (e qui lasciatemi ricordare un grandissimo poeta dialettale, Carlo Porta, per cui gli occhi della bella, che in dove varden lassen el sbarbaj, spionaven da duu taj / bislongh come la sferla di maron – dove guardano lasciano il segno, spionavano da tue tagli / bislunghi come lo spacco delle castagne).

ÖCC DE FORMÉT di M.N. letta da Fèro.

 

ÖCC DE FORMÉT

To gh’é ’n di öcc ol formét,
gna te fös rondèna che siga
ustinàda ’n del  vólt,
denàcc a sto pögn làrgh
de setèmber
che l’è
ol cél.

Bóca dólsa,
e zald insògn de pàia
e de mél.

Ol tò vis
tüso vènt impruìs
al brüsa scàie de tramónt,
bassa lüs de marvéa
che ria a ónde da la pianüra
dal fónd
sènsa pura,
catedràl d’ömbréa.

Biónda lüs
sö i cap,
öltima lüs
dopo ’l regói,
gréa.

OCCHI DI FRUMENTO

Hai negli occhi il frumento,
neanche tu fossi una rondine che stride
ostinata nell’alto,
davanti a questo largo pugno
di settembre
che è
il cielo.

Bocca dolce,
e giallo sogno di stoppie
e di miele.

Il tuo viso
come vento improvviso
brucia scaglie di tramonto,
bassa luce di meraviglia
che arriva a onde dalla pianura
dal fondo
senza paura,
cattedrale d’ombra.

Bionda luce
sui campi,
ultima luce
dopo il raccolto,
greve.

Analogamente Öcc de formét allarga lo sguardo sulla pianura, settembre dopo il raccolto, cattedrale d’ombra e luce bionda sui campi.
Si discosta da panorami consueti Amùr biót,  le cui metafore ci portano il mare e profumo sospeso di oleandro. Mi sembra ci sia una sottile coerenza nel fatto che la poesia dal titolo più “spregiudicato” (rispetto al pudore del dialetto di cui parlavamo sopra) ci porti in un paesaggio lontano, inconsueto, normalmente parlato da un’altra lingua.

AMÙR BIÓT di M.N. letta da Fèro.

 

AMÙR BIÓT

A l’te se sdelèngua
i  öcc
chi par góte de ram sberlüsènt
e i delima  pensér
ömecc
de mél.

La to bóca l’è ànsem
e marvéa,
proföm suspìs de leàndro
d’estàt,
frescüra de pórtech
e de cél.

L’è  mar
la to ghéda
e corènte la pèl,
perdìt sö la ria
adóma me
co i tò onde,
de là
del cancèl.

AMORE NUDO

Ti si illanguidiscono
gli occhi
che paiono gocce di rame luccicante
e consumano pensieri
umidi
di miele.

La tua bocca è ansimo
e meraviglia,
profumo sospeso di oleandro
d’estate,
frescura di portico
e di cielo.

E’ mare
il tuo ventre
e corrente la pelle,
perduto sulla riva
io solo
con le tue onde,
al di là
del cancello.

C’è sempre  la natura nelle poesie di Maurizio Noris, il cui mondo ci riporta costantemente alla terra, quella terra che permea la sua esperienza, l’esperienza di uno che nell’orto ci passa tutti i giorni, perché sa che senza la concretezza del quotidiano, del darsi da fare per sé e per gli altri, le parole sono solo parole: la parola amùr che non esiste, appunto.
Nel paesaggio poetico di Maurizio la natura è sempre definita con l’esattezza di chi parla del proprio  mondo, unico e irripetibile. Ma il suo spazio naturale non ha la dimensione protettiva di angosciata clausura del “nido” pascoliano, che in definitiva dice di una esistenza asfittica, non vissuta. Nelle poesie di Maurizio c’è sempre la vita, vissuta e spesa nel mondo. Uomo e poeta estroverso, in tutti i sensi.
Nelle poesie D’amùr i sentimenti le emozioni i momenti hanno l’intensità di una natura quasi  mai consolatoria e a volte minacciosa, come la natura può essere, tra bello e terribile.  Non c’è nulla di idillico, ma piuttosto traspare la dolorosa meraviglia che rintracciamo in certi versi di Pavese.
Ma come per Pavese, il paesaggio per Maurizio è quello scabro, faticoso, dove i  nostri antenati hanno strappato una vita dura, sudata giorno per giorno.
Una vita dove c’era poco spazio per la parola amùr.

MAURO ARNOLDI è insegnante di scuola secondaria.
Originario della Val Brembana, radicato in Val Seriana, cerca di far convivere l’essere bergamasco con l’essere cittadino del mondo.

  •   Due delle 5 poesie indicate (Balà e Sömèlga d’amùr) sono state rubricate nel numero del 16 maggio: http://www.santalessandro.org/2019/05/bala-ballare-dodici-mazurke-fanno-i-tuoi-passi-leggeri/
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1 commento

  1. Avatar

    Non conosco la corretta ortografia , ma la nonna (classe 1895, dalla Val Seriana) era solita dire che:

    “L’amùr,
    l’è compa-gn
    de la töss:
    spòel mìa
    scundil ! ”

    Così, ricordato quale contributo a favore dell’esistenza pudìca, ma concreta della parola “amore” che penso appartenga a molti che già conoscono questa sentenza.
    Cmq, bravi: “Sö L’ös” è la prima rubrica che leggo-ascolto.
    E sempre con intima soddisfazione.

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