La gara di solidarietà per Giovannino: ogni vita ha valore, anche la più fragile

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Giovannino ha quattro mesi e ride, piange e gioca come tutti i bambini. “Gli piace essere portato in giro” raccontano i medici che si prendono cura di lui all’ospedale Sant’Anna di Torino. Questo bimbo è nato con l’ittiosi di Arlecchino, malattia rarissima e dalla prognosi infausta, che richiede tante cure, tanta forza, tanta dedizione. Una prova troppo grande per i suoi genitori, che non se la sono sentita di affrontarla e l’hanno lasciato in ospedale.

Non è una storia così strana. Ne accadono molte altre simili ogni giorno, che pure non arrivano sulle pagine dei giornali, oppure lo fanno più in là, per dare conto del coraggio di chi “ha raccolto la sfida” (le famiglie adottive),  generando a volte piccoli (grandi) miracoli. Siamo stati così fortunati da incontrarne diverse, di testimonianze così – straordinarie in gesti “ordinari” e quotidiani – anche nei confini “ristretti” di Bergamo.

La malattia fa paura, ognuno reagisce in modo diverso

La malattia fa paura, ognuno reagisce in modo diverso: c’è chi l’affronta a viso aperto, chi invece non ci riesce e scappa. Non vogliamo giudicare questo gesto. Lasciare il proprio figlio in ospedale, dove comunque può essere curato e accudito, è in fondo un atto che ha una componente di umanità e di responsabilità più forte di altre scelte più “estreme”. Leggiamo soprattutto paura, fragilità e molto dolore in una decisione come questa (di cui non sappiamo nulla), arrivata tra l’altro alla fine di una gravidanza ottenuta con la fecondazione eterologa. Una procedura laboriosa, invasiva, impegnativa, eticamente problematica, che forse meriterebbe (almeno) più riflessione, più accompagnamento, come un’adozione.

Un segno di speranza e di generosità 

Eppure la vita di Giovannino è già quasi un miracolo, “ha superato la fase critica dei primi mesi e va avanti”. La forza di questo bambino ha commosso e coinvolto anche il personale dell’ospedale, le sue “quaranta mamme e dieci papà”, che finora gli hanno procurato vestiti, giocattoli, musica, coccole e passeggiate su e giù per il reparto. Professionisti e volontari coinvolti al punto che si sono sentiti di diramare un appello pubblico. Ci hanno colpito gli occhi brillanti del direttore della terapia intensiva neonatale quando, intervistato dal giornalista del Tg Rai, ha detto che sono arrivate decine di telefonate da tutta Italia da parte di famiglie disposte a prendersi cura di Giovannino, nonostante tutto. Una gara di solidarietà che fa bene al cuore, un bel segno di generosità e di speranza in momenti per altri versi molto cupi. Per tutto il tempo che gli sarà concesso, Giovannino dovrà combattere, e non è giusto che lo faccia da solo. Merita di avere una famiglia, qualcuno che gli stia vicino, che risponda ai suoi sorrisi, gli asciughi le lacrime, gli racconti le fiabe. Questa pioggia di telefonate dimostra che sono ancora in molti a pensare che non esistano bambini “di serie b” o vite “da scartare”. A fare la differenza, come sempre, è l’amore.

 

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