Letizia è tornata a Roncobello dopo l’intervento negli Usa: “Grazie alla gente della Valle posso di nuovo sognare”

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Prima la determinazione, poi l’ansia e la paura. Infine la gioia. Quella più grande, che nasce dalla speranza. Letizia Milesi, la giovane di Roncobello, ce l’ha fatta, ha vinto la propria battaglia: l’operazione, avvenuta il 28 di ottobre, presso l’ospedale di San Antonio (Texas), è andata a buon fine e, adesso, lentamente, può tornare a sognare. «Mi hanno portata in sala operatoria verso l’una di pomeriggio, quando, in Italia, erano le 19.30 – racconta Letizia, stanca ma felice, tornata in Italia nella prima mattinata di martedì 12 novembre –. L’intervento, delicatissimo, è durato circa sei ore, più del previsto. Per tre giorni, sono stata in terapia intensiva. Il dolore postoperatorio è stato molto forte: provavo dolore anche solo a respirare o a deglutire, ma sapevo che quello era il dolore della vittoria. Dopo aver constatato come la ferita fosse bella e dopo avermi rassicurato che saremmo restati in contatto per qualsiasi cosa, il neurochirurgo, il 7 novembre, mi ha detto che sarei potuta tornare a casa: il 10 mi hanno dimessa. Gli sarò grata per sempre, anche per la sua grande umanità: dopo l’intervento, quando è andato da mia mamma e da mia sorella, comunicando loro la buona riuscita dell’operazione, aveva le lacrime agli occhi: era contento di aver potuto salvarmi la vita». Già, perché il rischio non era solo quello di non poter più tornare a camminare, ma anche quello che la malattia degenerasse in esiti imprevedibili, portandola alla morte.

Il coraggio di «Supergirl»: nuova speranza dopo l’intervento

«Le probabilità di fallimento erano alte – afferma Letizia, ribattezzata, dal neurochirurgo che l’ha operata, «supergirl» –, proprio per questo, nei giorni precedenti all’intervento, quando ho dovuto sottopormi a diversi controlli di routine, il medico mi ha chiesto se fossi sicura della mia scelta. Ho risposto di sì: paura ne ho avuta e tanta, ma mai mi sono data per vinta. Una volta che ho saputo come l’intervento fosse andato bene, mi si è riempito il cuore di gioia. Grazie ad esso, potrò, finalmente, vivere una vita normale, in pienezza, con la consapevolezza che essa non sia appesa a un filo più sottile di quello che, abitualmente, è. Il calvario, che da Roncobello mi ha portato fin negli Stati Uniti, è finito: ho vinto, ora non ho più paura di cadere». Un calvario che inizia il 26 ottobre del 2017, quando, uscita da scuola, nel mentre di salire sul bus, Letizia viene strattonata e cade a terra: un trauma che, poco per volta, la porta all’invalidità e ad avere la metà destra del corpo completamente paralizzata. Una lesione vertebrale degenerativa che la costringe a otto mesi di ricovero in ospedale. Ma la giovane, mossa dal forte desiderio di tornare a camminare (e a ballare, lei che della danza ha fatto la sua passione), non si arrende e dà vita all’associazione «Sulle ali di un sogno» (e alla campagna #nonsimollauncactus), con lo scopo di raccogliere fondi sufficienti per potersi sottoporre a una delicata operazione chirurgica, presso l’ospedale di San Antonio, così da poter bloccare l’azione degenerativa della lesione e avere la possibilità di tornare a muovere la parte destra del corpo. Una storia, quella di Letizia, che commuove e mobilita l’intera Valle Brembana: a neanche due settimane dalla fondazione della onlus, grazie alla solidarietà di tantissime persone, vengono raccolti i soldi necessari per l’acconto dell’operazione. Il 22 di ottobre, la partenza verso l’America. «Il giorno dell’operazione, a Capovalle (frazione di Roncobello), c’è stato un momento di preghiera – racconta Letizia –, diverse sono state le persone che, anche solo attraverso un messaggio WhatsApp, mi hanno mandato il loro pensiero. Fuori dalla sala operatoria, mia mamma e mia sorella non erano sole: c’era una valle intera con loro. L’augurio che mi rivolgo, in questo momento, è quello di poter avere una vita autonoma, così da poterla condurre come tutte le ragazze della mia età». Ma ad attendere Letizia, ora, c’è ancora una salita, quella della riabilitazione.

Il lungo cammino della riabilitazione: ogni giorno una nuova sfida

«Non sarà facile – spiega la giovane –, mi aspettano tre sedute settimanali di neurostimolazione funzionale, due di fisioterapia normale e due di piscina. Considerando che non muovo la parte destra del mio corpo da due anni, sarà dura, ma il gioco vale la candela: ho ripreso in mano la mia vita». E in tutto questo, l’associazione va avanti. «Mi sento davvero un po’ una “supergirl” – afferma Letizia –. Ogni supereroe ha un simbolo: il mio è la cicatrice sul collo. Una missione, inoltre, l’ho già portata a termine: quella di superare nel migliore dei modi l’intervento chirurgico. Ora, nel mentre della fisioterapia, mi impegnerò affinché gli appuntamenti della mia associazione non terminino: ce ne sono già molti in programma, fra tombole e spettacoli. L’idea è quella di poter aiutare, coi soldi che raccoglieremo, tutte quelle persone che devono far fronte a problemi uguali o simili al mio, perché non voglio che altre persone soffrano come ho sofferto io». E, alla fine, il grazie, quello più puro, che nasce dal dolore: «Si dice sempre che i bergamaschi, soprattutto quelli che abitano nelle valli di montagna, abbiano una mentalità chiusa – spiega Letizia –. Un po’ è vero. Ma bisogna anche sapere alzare la mano: quando ho avuto il coraggio chiedere aiuto, ho visto un’intera valle smuoversi per me. La sua gente mi ha permesso di vivere. Senza la loro generosità, neppure il chirurgo avrebbe potuto fare alcunché. Un ringraziamento, speciale, inoltre, lo devo alla Zani Viaggi e all’American Airlines, che si sono preoccupate di farmi viaggiare in sicurezza. Anche grazie a loro sono ritornata alla normalità. Ora il grande appuntamento che mi aspetta è quello con la vita». In bocca al lupo, guerriera.

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